la casa

 


di Lucio Argano

Marco Polo descrive un ponte pietra per pietra.
"Ma qual è la pietra che sostiene il ponte?" chiede Kublai Kan.
"Il ponte non è sostenuto da questa o da quella pietra",
risponde Marco "ma dalla linea dell'arco che esse formano".
Kublai rimane silenzioso riflettendo; poi soggiunge:
"perché mi parli delle pietre? E' solo dell'arco che m'importa.
Polo risponde: "senza pietre non c'è arco".

Italo Calvino


Nel suo splendido manuale della creatività "La grammatica della fantasia" Gianni Rodari ricorda il poeta Novalis citando l'auspicio che un giorno sia possibile portare l'utopia dal mondo dell'intelligenza al mondo della volontà.
Quando ho messo piede nella casa degli Alfieri ed ho iniziato a parlare con le persone che ne fanno parte ho avuto la sensazione ed il piacevole stupore che quell'auspicio si fosse materializzato con una semplicità disarmante all'interno di una bellissima avventura.
Lo scopo della mia visita era osservare gli aspetti organizzativi di questa struttura ed i suoi sistemi di lavoro. Portavo con me una lente d'ingrandimento fatta di schemi di gestione, freddi strumenti d'analisi che quasi immediatamente si sono rivelati inutili ed inadeguati, in quanto le basi di partenza per una comprensione di questa realtà teatrale erano ben altre e molto meno codificate.
Avevo messo piede in qualcosa nel quale il sistema di valori di riferimento e l'immagine del proprio futuro, la ragione di esistere, di essere lì, di operare con le modalità prescelte, cioè tutti quegli elementi portanti che costituiscono la vision e la missione d'ogni buona organizzazione, qualunque cosa essa faccia, erano dichiaratamente evidenti in una profonda armonia tra il concetto d'essere artisti, fare arte in libertà, con pochi condizionamenti e l'essersi strutturati nella "migliore cosa" permettesse ciò.
Ho proceduto mettendo da parte sia i modelli di management culturale che avevo imparato a conoscere, sia il possibile pregiudizio di potermi imbattere in una sorta d'operoso "disordine" creativo, ed ho utilizzato una curiosità rivelatoria, focalizzata sulla percezione che gli amici alfieriani hanno del loro lavoro e della loro storia e conseguentemente del proprio modo di funzionare.
E' stato così intrigante ed avvincente scoprire che ancor prima delle persone la Casa degli Alfieri è abitata da valori fondamentali come l'indipendenza, l'integrità ovvero la capacità di agire in conformità al proprio credo, il coraggio, la conoscenza, la creatività, la crescita personale, il rispetto, la tradizione intesa come il rispetto dei modi in cui le cose sono state sempre fatte, la perseveranza, la competenza, la tranquillità.


I valori della tribù alfieriana si traducono dal punto di vista delle politiche seguite ed applicate, eppure mai scritte, nel primato delle idee, nell'apertura al confronto, nella solidarietà e disponibilità soprattutto verso gli artisti, nelle poetiche finalizzate a più relazioni, nella sperimentazione, nella trasversalità dei linguaggi e delle forme, nel superamento dei generi, nell'interculturalità e multiculturalità, nell'approccio al lavoro relativo ad altre filiere produttive o tematiche (ad esempio l'ambiente, il sociale, ecc.).
Conoscevo alcune delle attività che avevano realizzato, ma ignoravo i percorsi di riferimento intrapresi nel tempo.
Mi apparivano nitide un'emancipazione artistica ed una modernità di vedute che derivavano da una maturazione di pensiero sofferta, lenta ed intensa, e da una progressione di scelte coerenti inclusa anche l'impostazione organizzativa.
La mia curiosità si concentrava soprattutto su una serie di quesiti.
Mi domandavo come questa ricca articolazione d'idee, valori ed ideali, ad esempio l'indipendenza, la creatività aperta al pluralismo delle arti senza barriere e steccati, potesse convertirsi in gestione progettuale ovvero nel governo concreto d'obiettivi, tempi, risorse, denari.
Mi chiedevo anche come questa visione così aperta e libera del fare teatro potesse rapportarsi ad un sistema complesso e ad un'economia precisa (il sistema del teatro e dello spettacolo, i sussidi, i vincoli normativi e procedurali, la comunicazione, il rapporto con gli utenti/fruitori) senza cedere ai compromessi ed alle mistificazioni.
Alcune risposte sono venute ripercorrendo la storia del gruppo e delle persone che ne fanno parte.
La Casa degli Alfieri nella sua configurazione attuale è il punto d'arrivo di una lunga evoluzione che prende avvio nel 1971 dalla nascita ad Asti di un gruppo teatrale collettivo, il Mago povero, che raccoglie una trentina d'elementi provenienti anche da Torino, Milano, Genova.
Le persone coinvolte svolgono altri mestieri e professioni rispetto al teatro (sono, infatti, studenti, operai, insegnanti, ecc.) ma perseguono una idea del teatro come strumento di lotta politica e sociale, fenomeno che vede in quegli anni un movimento straordinario di organismi autogestiti, piccoli e grandi, tra cui vanno ricordate le cooperative di produzione teatrale, fortissimamente focalizzati sul piano ideologico sull'impegno civile e sociale e sui contenuti artistici.
Un movimento nato sull'onda dei fermenti e delle contraddizioni che attraversano la società italiana di quegli anni, ma anche originato come naturale contrapposizione alla rigidità istituzionale e produttiva dei teatri stabili pubblici ed alla superficialità interessata e commerciale del teatro privato.
Un periodo importante nella storia del teatro italiano che, a fronte di una totale incertezza del sistema di sussidio (non esisteva ancora il FUS, i finanziamenti allo spettacolo annualmente erano messi a dura prova dall'alternanza dei governi, musica, annessa danza, cinema disponevano da pochi anni di leggi di settore contrariamente al teatro che ai giorni d'oggi non ha ancora una legge di riferimento) vede la nascita del decentramento teatrale e della stabilità a gestione privata ma soprattutto consente l'affermarsi di una generazione di registi, interpreti ed organizzatori di grande talento, alcuni dei quali oggi sono paradossalmente protagonisti del successo del teatro pubblico e delle imprese private.
L'embrione della futura Casa degli Alfieri prende piede in questa epoca ed originariamente è un gruppo non strutturato, non ci sono ruoli interni precisi, piuttosto impera un deciso interscambio tra funzioni artistiche, tecniche e di gestione. Le decisioni e le scelte sono apparentemente collettive ma si racconta di una forte conduzione e coordinamento soggettivo riconosciuto a Luciano Nattino, che assolve anche i compiti di drammaturgo-regista.

Il gruppo ha un'economia circoscritta all'autofinanziamento e non gode d'alcun contributo pubblico. I costi sono rappresentati solo dalle spese d'allestimento e materiale tecnico ed in ogni caso ridotte allo stretto indispensabile giacché le persone che partecipano al lavoro del collettivo non percepiscono alcun tipo di salario.
In sostanza vige nel gruppo una visione che rifiuta il teatro come professionismo ritenendo indissolubile l'equazione tra il concetto di amatorialità e quello di libertà creativa e delle idee.
Tra il 1978 ed il 1981 questo presupposto ideologico entra in crisi proprio per le scelte personali e professionali di alcuni elementi del gruppo, a partire da Antonio Catalano e lo stesso Nattino, che intendono dedicarsi più attivamente al teatro con una motivazione forte ed esplicita: non più fare lotta politica con il teatro ma bensì fare del teatro una occasione di ricerca personale di una poetica artistica ed espressiva.
Una decisione forte che cambia anche i destini, la vita privata e lavorativa delle persone coinvolte, determinando un dibattito acceso ed uno scontro all'interno del gruppo.
Gli elementi autori della scissione formano un nucleo desideroso di confrontarsi in modo più professionale con il sistema teatrale e pertanto la prima esigenza è dare vita ad un organismo dotato di una minima organizzazione.
Autogestione e leadership collegiale-partecipativa sono il collegamento con l'esperienza di provenienza, ma si stabilisce una vera ripartizione dei compiti ritenuti necessari per lo sviluppo delle attività e della compagnia.
Tra il 1980 ed il 1990 si stabilizza il gruppo che compone la tribù alfieriana odierna con Antonio Catalano e Lorenza Zambon più impegnati sul piano artistico, Luciano Nattino responsabile della direzione artistica e Maurizio Agostinetto anima organizzativa e produttiva.
La forma giuridica prescelta all'inizio è la società cooperativa ma successivamente si decide di passare ad una società di persone e si costituisce una snc (società in nome collettivo).
La svolta professionale porta in direzione di un mercato che da locale ed interregionale diventa piano piano sempre più nazionale, con graduali riconoscimenti, visibilità e con un paziente lavoro relazionale si agisce per l'accreditamento del gruppo come complesso teatrale produttivo ai fini dell'ottenimento delle sovvenzioni pubbliche.
All'interno viene applicata una economia di tipo "comunista", con salari comuni per ciascun componente (leggeri incrementi sono possibili solo in concomitanza della nascita di figli) e si attua un controllo delle spese con una parsimonia che nel linguaggio aziendalistico viene indicata come "gestione di un buon padre di famiglia".

Si arriva al 1990 prende piede l'idea della "Casa". Il gruppo inizia ad elaborare la propria originale concezione di "luogo", "spazio", una dimora in cui associare la vita privata ed interpersonale di tutti i giorni (mangiare, dormire, accudire dei figli, avere delle relazioni affettive, studiare, ecc.) con la vita professionale e con i tempi del teatro.
Non proprio un "teatro" da abitare ma piuttosto una vera e propria casa che accolga il teatro, in tutte le sue declinazioni e le sue esigenze, con a disposizione spazi interni ed esterni da utilizzare come più serve, vani attrezzati ed arredati nei quali vivere e vani organizzati per il lavoro teatrale, per provare e recitare, per accogliere pubblico, per costruire scene e materiali, per conservare attrezzature, per sbrigare le pratiche dell'amministrazione.
Un luogo di accoglienza per altri artisti, dove essi possono trovare una oasi di tranquillità, amicizia e collaborazione per lavorare e creare. Un luogo originale di resistenza umana per dirla come piace a Baricco. Ma anche una residenza per i giovani che si avvicinano al teatro, alla scrittura per la scena, alla recitazione, alla regia, il tutto con un fortissimo senso di sacrale ospitalità che si percepisce ad ogni passo. Una convivialità che è qualcosa di più di quella che fisiologicamente troviamo come atteggiamento della gente di teatro.
Attenzione: una casa così concepita non dà luogo ad una comune dalla giocosa anarchia. C'è una rigorosa e chiara definizione degli spazi e delle regole di comportamento.
La casa è organizzata in spazi privati (non li chiamerei appartamenti e loro stessi usano affettuosamente il termine di: la casa di Luciano, la casa di Lorenza, ecc..) che sono chiusi nel rispetto dell'intimità di ciascuno, si suona il campanello per entrare anche se c'è spesso la chiave infilata. Poi ci sono gli spazi comuni per il lavoro, la sala teatrale, i magazzini, l'ufficio amministrativo, la foresteria per gli ospiti e la splendida cantina recuperata alla storia dell'edificio.
Le linee di demarcazione sono chiare, c'è un principio d'ordine, hanno valore simbolico e sostanziale nell'organizzazione del gruppo e della stessa casa. Ma sono superate dalla concezione che si ha della casa. Gli spazi privati accolgono il lavoro di creazione, scrittura, incontro e non è casuale che alcuni progetti di Antonio siano scaturiti in cucina coinvolgendo tutta la sua stessa famiglia.
Tornando alla storia, dal sogno all'idea della Casa, alla ricerca dello spazio fisico che viene individuato nel Monferrato, a pochi chilometri da Asti, una casa padronale settecentesca, posta su una collina tra due cedri, all'acquisto con non poche difficoltà, agli interventi di ristrutturazione, ai traslochi ed insediamenti si arriva al 1996 ma nel frattempo il gruppo prosegue ininterrottamente la sua riflessione su come lavorare in modo più creativo e soddisfacente.


Si avverte il fastidioso pericolo che riportare il lavoro di tutti sempre ad un pensiero comune possa sclerotizzare l'azione e l'iniziativa, c'è in ciascuno il desiderio di liberare le proprie energie verso più direzioni senza condizionamenti, la voglia di lavorare con altri artisti, fuori e dentro la Casa, attraverso il confronto e la partecipazione, la necessità di accrescere la rete individuale e collettiva di contatti.
Proprio nel 1996 si compie l'ennesimo passo della maturazione del gruppo e si arriva alla organizzazione del lavoro che oggi riscontriamo nella Casa degli Alfieri ovvero il gruppo diviene il contenitore di progettualità artistiche individuali delle quattro persone che ne fanno parte (Nattino, Catalano, Agostinetto, Zambon) ed all'occorrenza di altri artisti (ad esempio Alessandra Rossi Ghiglione) che possono essere cooptati sulla base di idee, di semplici progetti o ancora in quanto accolti come ospiti della Casa.
Si tratta di un passo importante e di un modello molto interessante di funzionamento quasi per nulla praticato nel sistema teatrale italiano. Ciascuno diviene ideatore, programmatore, attuatore e responsabile dei propri progetti, che può avviare dentro o fuori la Casa degli Alfieri, in sinergia o coproduzione con altri se occorre. Non ci sono limiti alle tematiche ed alle tipologie di progetto che possono essere realizzati. Ciascuno risponde del proprio lavoro, anche come gestore dell'economia del progetto, di cui amministra il budget e di cui in un certo senso è una sorta di "imprenditore" in quanto ne condivide ragionevolmente i rischi.
Questa soluzione va incontro alle esigenze delle persone e permette una migliore autorealizzazione individuale esaltando le differenze ma all'interno di un filo rosso comune che è il modo di intendere il teatro e la creazione artistica. Un modo che diventa senso: Antonio può concentrarsi su progetti come il Centro d'arte per l'infanzia e come gli armadi sensibili, Luciano può dedicarsi a progetti di laboratorio teatrale anche in zone disagiate, Lorenza realizza progetti sulle donne ma anche spettacoli sulle piante, Maurizio lavora a progetti legati alle arti visive e nello stesso tempo collabora con artisti come Marco Baliani.
Altri scriveranno meglio di me in che cosa consiste artisticamente il lavoro che oggi essi fanno.
Nel 1997 la Casa degli Alfieri torna ad essere giuridicamente una cooperativa, dato che tale forma consente all'occorrenza l'ingresso e la partecipazione di altre persone funzionali ai progetti e l'impostazione organizzativa che vige ancora oggi è la seguente.
Il processo decisionale è tuttora collettivo, con modalità formali (decisioni ed atti che impegnano la cooperativa specie verso i terzi) ma soprattutto informali. Sembra non esserci un sistema codificato di trasmissione delle informazioni in quanto la vita in comune facilita la circolazione delle stesse.
Le decisioni che richiedono una valutazione collegiale sono quelle legate all'impiego ed alla manutenzione/trasformazione della casa intesa come luogo fisico, alle politiche del gruppo verso l'esterno in modo particolare verso i referenti istituzionali, agli aspetti economico-finanziari di una certa rilevanza.
Le decisioni rispetto alla produzione artistica, alle collaborazioni da mettere in cantiere, all'economia dei singoli progetti, ai tempi ed alle modalità di lavoro rientrano nell'autonomia progettuale dei singoli individui ma il sistema aperto che vige all'interno della casa è fisiologicamente predisposto a ricevere apporti ed idee di ciascuno su ogni attività.

Le risorse umane oltre ai nostri quattro amici sono variabili rispetto alle esigenze dei progetti e per quanto riguarda gli aspetti gestionali c'è uno staff minimo di tre persone assunte a tempo indeterminato, di cui 2 a tempo parziale, dedite agli adempimenti amministrativi, burocratici, organizzativi e comunicazionali, con l'aggiunta di alcune collaborazioni esterne di organizzatori professionisti su talune specifiche attività. Il lavoro gestionale viene svolto nell'ufficio, un locale all'interno della casa la cui raccolta di documenti cartacei nel tempo rende sempre più angusto, attrezzato ed informatizzato.
La necessità di efficienzaoperativa ha portato ad assegnare a ciascuno dei nostri quattro amici una supervisione su quei compiti e mansioni che sono trasversali su tutti i progetti, una responsabilità che si somma al lavoro progettuale individuale: Lorenza Zambon si occupa della gestione degli aspetti economico-finanziari, dei rapporti con gli enti finanziatori, della gestione del personale dipendente, Antonio Catalano controlla gli aspetti tecnico-allestitivi, l'acquisto dei materiali ed il rapporto con i fornitori, Luciano Nattino si occupa degli impegni connessi alla rappresentatività del gruppo ed ai rapporti politico-istituzionali, anche a livello nazionale, mentre Maurizio Agostinetto, supervisiona l'organizzazione e la vendita degli spettacoli ed i rapporti con il sistema distributivo.
L'economia attuale della Casa degli Alfieri offre un dato molto interessante: senza entrare nella noia dei numeri la struttura ha un bilancio di poco più di un miliardo di lire costituito sul fronte delle entrate per il 23% circa da finanziamenti dello Stato (FUS), per il 10% circa dal finanziamenti pubblici regionali e degli enti locali, per il restante 67% autofinanziamento da attività.
Sul fronte delle uscite il funzionamento della struttura (personale a tempo indeterminato, spese generali, rimborsi ai soci, interessi passivi, ecc.) costa il 50% del bilancio, mentre la realizzazione dei progetti (costo del lavoro, produzione, materiali, promozione, oneri di commercializzazione) è il rimanente 50% del budget di cui tre quarti costo del lavoro (fatto normale considerando che in tutte le imprese di spettacolo le risorse umane sono il principale fattore produttivo).
Una percentuale di autofinanziamento così alta rispetto ai finanziamenti pubblici esprime una certa capacità di posizionamento dei progetti rispetto a destinatari (spettatori, sistema distributivo, committenti) ma dimostra anche come la strada dell'individualità progettuale non ha solo valenza artistica ma anche strategica perché di fatto attua una diversificazione di prodotto ed incrementa le possibilità di forme e fonti di entrate. Inoltre la maggior parte delle imprese culturali non profit esprimono un rapporto inverso tra finanziamenti pubblici ed autofinanziamento, con una dipendenza dai primi molto spesso fortissima. Trovo questo coerente con la linea di autonomia ed indipendenza che contraddistingue gli amici alfieriani.
Intendiamoci i soldi sono sempre pochi e se le istituzioni riconoscessero in modo più appropriato potenzialità e significatezza del lavoro di questa realtà, un incremento dei mezzi finanziari permetterebbe la concretizzazione di molti progetti ancora in fase ideativa.
Le mie considerazioni finali, raccogliendo le idee e le emozioni, a distanza di giorni, confermano quella sensazione iniziale legata alle parole di Rodari.

La Casa degli Alfieri è una idea forte, con una immagine nitida, una consapevolezza ed una volontà ancora più ferree. La mission come la si intende parlando di organizzazioni in questo caso è affermata, chiara e le persone coinvolte non solo la condividono ma si identificano in essa.
Non c'è solo la ricerca di un sogno, appunto di una utopia, ma una paziente, instancabile, umile operosità che si pone verso nuovi piccoli traguardi. Nella casa regna una calma apparente ma essa cela una irrequietudine che si placa solo nell'azione.
Gli alfieriani praticano il marketing: probabilmente inconsapevolmente e senza tecniche precise, solo perché certi atteggiamenti sono legati alla loro idea del lavoro teatrale. Mi spiego.
Il marketing mix culturale definisce il concetto di prodotto nel teatro come esperienza. Chi fa teatro offre indistintamente ai propri clienti (spettatori, finanziatori, operatori di spettacolo, opinione pubblica, critica e mezzi di informazione) una esperienza, che assume valore ed importanza diversa nella misura in cui è vissuta e recepita da chi ne usufruisce.
La Casa degli Alfieri fonda ogni suo progetto sulla creazione di una esperienza, perché ritiene questa l'unica dimensione possibile per garantire una qualità artistica e culturale di ciò che si intende trasmettere (siano messaggi, provocazioni, sensazioni).
Secondo aspetto: gli alfieriani basano tutto sul concetto di relazione. Per loro è prioritaria la relazione con gli artisti, la relazione con la comunità locale di Castagnole Monferrato, la relazione con il pubblico.
Pertanto vanno a cercare le persone con cui stabilire tramite le attività, gli spettacoli, i progetti, delle relazioni. Ed il pubblico che partecipa alle loro iniziative non è solo quello teatrale, non è quello degli addetti ai lavori ma in genere quello a cui i progetti fanno più riferimento, che li riguarda di più. Non c'è un pubblico facile, di comodo, per fare sbigliettamento ma solo gente normale di tutti i giorni che può provare interesse per quanto si propone loro. Su queste persone sono massimizzati gli sforzi di intercettazione e promozione della Casa, che svolge in un certo senso un lavoro di segmentazione e posizionamento, concetti chiave, unitamente alla relazione con il cliente, del marketing culturale moderno.
Il rapporto con il sistema e la società del teatro italiano è garantito da un bel mix di elementi: la storia del gruppo, la storia delle persone, le tappe e la quantità di cose fatte, l'identità costruita, la rete dei contatti, la diversità dei progetti, le collaborazioni, le competenze acquisite.
Si tratta di un rapporto in equilibrio perché gli alfieriani non hanno spostato di un centimetro la loro traiettoria artistica e di cammino rispetto alle pressioni ed ai condizionamenti che potevano venire dal sistema e dai meccanismi infernali dei sussidi. Certo oggi il Regolamento sul teatro impone un progetto triennale che nel caso degli alfieriani significa la somma tanti progetti da collegare, per cui la necessità di trovare raccordi e link senza alterare principi e presupposti di lavoro esiste.
Ma è pure vero che la Casa degli Alfieri oggi può rappresentare un modello innovativo di stanzialità e di lavoro per tante realtà teatrali italiane, soprattutto un modello riproducibile.
La struttura organizzativa è una specie di modello a matrice, per funzioni e per progetti, leggera e sostenibile rispetto all'attività odierna ma nel medio termine, qualora i volumi di attività crescano, essa potrebbe risultare inadeguata ed evidenziare un gap di competenze sul fronte gestionale.
Ho trovato saggio che all'interno ci si interrogasse sui punti di debolezza e che la riflessione volgesse verso una ipotesi di sviluppo, qualificazione e maggiore responsabilizzazione delle risorse umane oggi presenti nello staff come investimento per il futuro.

Concludendo, dal punto di vista organizzativo, oltre quanto già detto, mi sembra di cogliere diversi fattori critici di successo della Casa degli Alfieri:
  1. un sistema di valori che costituisce un patrimonio vero e proprio a cui fare riferimento;
  2. il capitale delle risorse intangibili di cui dispongono, la ricchezza delle competenze distintive che caratterizza i singoli e loro messi assieme e la capacità di condividere secondo una avanzata idea di "rete" interna nella quale si capitalizzano tutte le esperienze;
  3. il lavorare "in un certo modo", con qualità, miscelando la calma e la pazienza dei riti di mestieri artigianali del lavoro d'arte ad una concezione innovativa ed aperta alla modernità;
  4. la Casa intesa come un ambiente multi-project e la metodologia di lavoro a progetto;
  5. la flessibilità di alcune dinamiche organizzative tipiche di un gruppo strutturato applicate alla necessità di sviluppo di dinamiche individuali progettuali ed artistiche;
  6. il networking artistico e produttivo di fatto avviato e coltivato, che è un paradigma del futuro per le imprese culturale in quanto sottointende scambio di informazioni, confronto artistico, conoscenza diffusa e condivisa, friend-rising piuttosto che fund-rising (il superamento della ricerca del denaro a vantaggio del valore che deriva dalla pluralità di apporti che possono dare le collaborazioni con altri nel tempo);
  7. la libertà di svolgere progetti individuali consente la possibilità di operare su più progetti dal punto di vista quantitativo e di monitorare e stabilire un maggior approfondimento della qualità del lavoro individuale, visto il principio di responsabilizzazione assunto;
  8. l'aver consentito di liberare le aspirazioni profonde che ciascuno riponeva in se stesso non su piani idilliaci o di principio ma su presupposti di un lavoro quotidiano duro, concreto, aperto alle difficoltà ed ai limiti dei mezzi e delle capacità ma inevitabilmente gonfio di prospettive;
  9. infine il rapporto con i destinatari dei loro interventi, la pazienza, l'attenzione ed il rispetto verso le persone con le quali entrano in rapporto.

Sono passato nella Casa degli Alfieri per poche ore, non so se ho lasciato qualche traccia così come tanti colleghi ed amici fanno in un gioco di continua partecipazione. Di sicuro una traccia tutta la tribù alfieriana me l'ha lasciata, nello stesso modo con cui regala esperienze.
L'utopia che ho incontrato è tra due cedri e nella testa di un gruppetto di persone ed a me personalmente fa bene sapere che c'è.


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