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di Lucio Argano
Marco
Polo descrive un ponte pietra per pietra.
"Ma qual è la pietra che sostiene il ponte?" chiede
Kublai Kan.
"Il ponte non è sostenuto da questa o da quella pietra",
risponde Marco "ma dalla linea dell'arco che esse formano".
Kublai rimane silenzioso riflettendo; poi soggiunge:
"perché mi parli delle pietre? E' solo dell'arco che m'importa.
Polo risponde: "senza pietre non c'è arco".
Italo Calvino
Nel suo splendido manuale della creatività "La grammatica
della fantasia" Gianni Rodari ricorda il poeta Novalis citando
l'auspicio che un giorno sia possibile portare l'utopia dal mondo dell'intelligenza
al mondo della volontà.
Quando ho messo piede nella casa degli Alfieri ed ho iniziato a parlare
con le persone che ne fanno parte ho avuto la sensazione ed il piacevole
stupore che quell'auspicio si fosse materializzato con una semplicità
disarmante all'interno di una bellissima avventura.
Lo scopo della mia visita era osservare gli aspetti organizzativi di
questa struttura ed i suoi sistemi di lavoro. Portavo con me una lente
d'ingrandimento fatta di schemi di gestione, freddi strumenti d'analisi
che quasi immediatamente si sono rivelati inutili ed inadeguati, in
quanto le basi di partenza per una comprensione di questa realtà
teatrale erano ben altre e molto meno codificate.
Avevo messo piede in qualcosa nel quale il sistema di valori di riferimento
e l'immagine del proprio futuro, la ragione di esistere, di essere lì,
di operare con le modalità prescelte, cioè tutti quegli
elementi portanti che costituiscono la vision e la missione d'ogni buona
organizzazione, qualunque cosa essa faccia, erano dichiaratamente evidenti
in una profonda armonia tra il concetto d'essere artisti, fare arte
in libertà, con pochi condizionamenti e l'essersi strutturati
nella "migliore cosa" permettesse ciò.
Ho proceduto mettendo da parte sia i modelli di management culturale
che avevo imparato a conoscere, sia il possibile pregiudizio di potermi
imbattere in una sorta d'operoso "disordine" creativo, ed
ho utilizzato una curiosità rivelatoria, focalizzata sulla percezione
che gli amici alfieriani hanno del loro lavoro e della loro storia e
conseguentemente del proprio modo di funzionare.
E' stato così intrigante ed avvincente scoprire che ancor prima
delle persone la Casa degli Alfieri è abitata da valori fondamentali
come l'indipendenza, l'integrità ovvero la capacità di
agire in conformità al proprio credo, il coraggio, la conoscenza,
la creatività, la crescita personale, il rispetto, la tradizione
intesa come il rispetto dei modi in cui le cose sono state sempre fatte,
la perseveranza, la competenza, la tranquillità.

I valori della
tribù alfieriana si traducono dal punto di vista delle politiche
seguite ed applicate, eppure mai scritte, nel primato delle idee, nell'apertura
al confronto, nella solidarietà e disponibilità soprattutto
verso gli artisti, nelle poetiche finalizzate a più relazioni,
nella sperimentazione, nella trasversalità dei linguaggi e delle
forme, nel superamento dei generi, nell'interculturalità e multiculturalità,
nell'approccio al lavoro relativo ad altre filiere produttive o tematiche
(ad esempio l'ambiente, il sociale, ecc.).
Conoscevo alcune delle attività che avevano realizzato, ma ignoravo
i percorsi di riferimento intrapresi nel tempo.
Mi apparivano nitide un'emancipazione artistica ed una modernità
di vedute che derivavano da una maturazione di pensiero sofferta, lenta
ed intensa, e da una progressione di scelte coerenti inclusa anche l'impostazione
organizzativa.
La mia curiosità si concentrava soprattutto su una serie di quesiti.
Mi domandavo come questa ricca articolazione d'idee, valori ed ideali,
ad esempio l'indipendenza, la creatività aperta al pluralismo delle
arti senza barriere e steccati, potesse convertirsi in gestione progettuale
ovvero nel governo concreto d'obiettivi, tempi, risorse, denari.
Mi chiedevo anche come questa visione così aperta e libera del
fare teatro potesse rapportarsi ad un sistema complesso e ad un'economia
precisa (il sistema del teatro e dello spettacolo, i sussidi, i vincoli
normativi e procedurali, la comunicazione, il rapporto con gli utenti/fruitori)
senza cedere ai compromessi ed alle mistificazioni.
Alcune risposte sono venute ripercorrendo la storia del gruppo e delle
persone che ne fanno parte.
La Casa degli Alfieri nella sua configurazione attuale è il punto
d'arrivo di una lunga evoluzione che prende avvio nel 1971 dalla nascita
ad Asti di un gruppo teatrale collettivo, il Mago povero, che raccoglie
una trentina d'elementi provenienti anche da Torino, Milano, Genova.
Le persone coinvolte svolgono altri mestieri e professioni rispetto al
teatro (sono, infatti, studenti, operai, insegnanti, ecc.) ma perseguono
una idea del teatro come strumento di lotta politica e sociale, fenomeno
che vede in quegli anni un movimento straordinario di organismi autogestiti,
piccoli e grandi, tra cui vanno ricordate le cooperative di produzione
teatrale, fortissimamente focalizzati sul piano ideologico sull'impegno
civile e sociale e sui contenuti artistici.
Un movimento nato sull'onda dei fermenti e delle contraddizioni che attraversano
la società italiana di quegli anni, ma anche originato come naturale
contrapposizione alla rigidità istituzionale e produttiva dei teatri
stabili pubblici ed alla superficialità interessata e commerciale
del teatro privato.
Un periodo importante nella storia del teatro italiano che, a fronte di
una totale incertezza del sistema di sussidio (non esisteva ancora il
FUS, i finanziamenti allo spettacolo annualmente erano messi a dura prova
dall'alternanza dei governi, musica, annessa danza, cinema disponevano
da pochi anni di leggi di settore contrariamente al teatro che ai giorni
d'oggi non ha ancora una legge di riferimento) vede la nascita del decentramento
teatrale e della stabilità a gestione privata ma soprattutto consente
l'affermarsi di una generazione di registi, interpreti ed organizzatori
di grande talento, alcuni dei quali oggi sono paradossalmente protagonisti
del successo del teatro pubblico e delle imprese private.
L'embrione della futura Casa degli Alfieri prende piede in questa epoca
ed originariamente è un gruppo non strutturato, non ci sono ruoli
interni precisi, piuttosto impera un deciso interscambio tra funzioni
artistiche, tecniche e di gestione. Le decisioni e le scelte sono apparentemente
collettive ma si racconta di una forte conduzione e coordinamento soggettivo
riconosciuto a Luciano Nattino, che assolve anche i compiti di drammaturgo-regista.

Il gruppo ha un'economia
circoscritta all'autofinanziamento e non gode d'alcun contributo pubblico.
I costi sono rappresentati solo dalle spese d'allestimento e materiale
tecnico ed in ogni caso ridotte allo stretto indispensabile giacché
le persone che partecipano al lavoro del collettivo non percepiscono alcun
tipo di salario.
In sostanza vige nel gruppo una visione che rifiuta il teatro come professionismo
ritenendo indissolubile l'equazione tra il concetto di amatorialità
e quello di libertà creativa e delle idee.
Tra il 1978 ed il 1981 questo presupposto ideologico entra in crisi proprio
per le scelte personali e professionali di alcuni elementi del gruppo,
a partire da Antonio Catalano e lo stesso Nattino, che intendono dedicarsi
più attivamente al teatro con una motivazione forte ed esplicita:
non più fare lotta politica con il teatro ma bensì fare
del teatro una occasione di ricerca personale di una poetica artistica
ed espressiva.
Una decisione forte che cambia anche i destini, la vita privata e lavorativa
delle persone coinvolte, determinando un dibattito acceso ed uno scontro
all'interno del gruppo.
Gli elementi autori della scissione formano un nucleo desideroso di confrontarsi
in modo più professionale con il sistema teatrale e pertanto la
prima esigenza è dare vita ad un organismo dotato di una minima
organizzazione.
Autogestione e leadership collegiale-partecipativa sono il collegamento
con l'esperienza di provenienza, ma si stabilisce una vera ripartizione
dei compiti ritenuti necessari per lo sviluppo delle attività e
della compagnia.
Tra il 1980 ed il 1990 si stabilizza il gruppo che compone la tribù
alfieriana odierna con Antonio Catalano e Lorenza Zambon più impegnati
sul piano artistico, Luciano Nattino responsabile della direzione artistica
e Maurizio Agostinetto anima organizzativa e produttiva.
La forma giuridica prescelta all'inizio è la società cooperativa
ma successivamente si decide di passare ad una società di persone
e si costituisce una snc (società in nome collettivo).
La svolta professionale porta in direzione di un mercato che da locale
ed interregionale diventa piano piano sempre più nazionale, con
graduali riconoscimenti, visibilità e con un paziente lavoro relazionale
si agisce per l'accreditamento del gruppo come complesso teatrale produttivo
ai fini dell'ottenimento delle sovvenzioni pubbliche.
All'interno viene applicata una economia di tipo "comunista",
con salari comuni per ciascun componente (leggeri incrementi sono possibili
solo in concomitanza della nascita di figli) e si attua un controllo delle
spese con una parsimonia che nel linguaggio aziendalistico viene indicata
come "gestione di un buon padre di famiglia".

Si arriva al 1990
prende piede l'idea della "Casa". Il gruppo inizia ad elaborare
la propria originale concezione di "luogo", "spazio",
una dimora in cui associare la vita privata ed interpersonale di tutti
i giorni (mangiare, dormire, accudire dei figli, avere delle relazioni
affettive, studiare, ecc.) con la vita professionale e con i tempi del
teatro.
Non proprio un "teatro" da abitare ma piuttosto una vera e propria
casa che accolga il teatro, in tutte le sue declinazioni e le sue esigenze,
con a disposizione spazi interni ed esterni da utilizzare come più
serve, vani attrezzati ed arredati nei quali vivere e vani organizzati
per il lavoro teatrale, per provare e recitare, per accogliere pubblico,
per costruire scene e materiali, per conservare attrezzature, per sbrigare
le pratiche dell'amministrazione.
Un luogo di accoglienza per altri artisti, dove essi possono trovare una
oasi di tranquillità, amicizia e collaborazione per lavorare e
creare. Un luogo originale di resistenza umana per dirla come piace a
Baricco. Ma anche una residenza per i giovani che si avvicinano al teatro,
alla scrittura per la scena, alla recitazione, alla regia, il tutto con
un fortissimo senso di sacrale ospitalità che si percepisce ad
ogni passo. Una convivialità che è qualcosa di più
di quella che fisiologicamente troviamo come atteggiamento della gente
di teatro.
Attenzione: una casa così concepita non dà luogo ad una
comune dalla giocosa anarchia. C'è una rigorosa e chiara definizione
degli spazi e delle regole di comportamento.
La casa è organizzata in spazi privati (non li chiamerei appartamenti
e loro stessi usano affettuosamente il termine di: la casa di Luciano,
la casa di Lorenza, ecc..) che sono chiusi nel rispetto dell'intimità
di ciascuno, si suona il campanello per entrare anche se c'è spesso
la chiave infilata. Poi ci sono gli spazi comuni per il lavoro, la sala
teatrale, i magazzini, l'ufficio amministrativo, la foresteria per gli
ospiti e la splendida cantina recuperata alla storia dell'edificio.
Le linee di demarcazione sono chiare, c'è un principio d'ordine,
hanno valore simbolico e sostanziale nell'organizzazione del gruppo e
della stessa casa. Ma sono superate dalla concezione che si ha della casa.
Gli spazi privati accolgono il lavoro di creazione, scrittura, incontro
e non è casuale che alcuni progetti di Antonio siano scaturiti
in cucina coinvolgendo tutta la sua stessa famiglia.
Tornando alla storia, dal sogno all'idea della Casa, alla ricerca dello
spazio fisico che viene individuato nel Monferrato, a pochi chilometri
da Asti, una casa padronale settecentesca, posta su una collina tra due
cedri, all'acquisto con non poche difficoltà, agli interventi di
ristrutturazione, ai traslochi ed insediamenti si arriva al 1996 ma nel
frattempo il gruppo prosegue ininterrottamente la sua riflessione su come
lavorare in modo più creativo e soddisfacente.

Si avverte il fastidioso
pericolo che riportare il lavoro di tutti sempre ad un pensiero comune
possa sclerotizzare l'azione e l'iniziativa, c'è in ciascuno il
desiderio di liberare le proprie energie verso più direzioni senza
condizionamenti, la voglia di lavorare con altri artisti, fuori e dentro
la Casa, attraverso il confronto e la partecipazione, la necessità
di accrescere la rete individuale e collettiva di contatti.
Proprio nel 1996 si compie l'ennesimo passo della maturazione del gruppo
e si arriva alla organizzazione del lavoro che oggi riscontriamo nella
Casa degli Alfieri ovvero il gruppo diviene il contenitore di progettualità
artistiche individuali delle quattro persone che ne fanno parte (Nattino,
Catalano, Agostinetto, Zambon) ed all'occorrenza di altri artisti (ad
esempio Alessandra Rossi Ghiglione) che possono essere cooptati sulla
base di idee, di semplici progetti o ancora in quanto accolti come ospiti
della Casa.
Si tratta di un passo importante e di un modello molto interessante di
funzionamento quasi per nulla praticato nel sistema teatrale italiano.
Ciascuno diviene ideatore, programmatore, attuatore e responsabile dei
propri progetti, che può avviare dentro o fuori la Casa degli Alfieri,
in sinergia o coproduzione con altri se occorre. Non ci sono limiti alle
tematiche ed alle tipologie di progetto che possono essere realizzati.
Ciascuno risponde del proprio lavoro, anche come gestore dell'economia
del progetto, di cui amministra il budget e di cui in un certo senso è
una sorta di "imprenditore" in quanto ne condivide ragionevolmente
i rischi.
Questa soluzione va incontro alle esigenze delle persone e permette una
migliore autorealizzazione individuale esaltando le differenze ma all'interno
di un filo rosso comune che è il modo di intendere il teatro e
la creazione artistica. Un modo che diventa senso: Antonio può
concentrarsi su progetti come il Centro d'arte per l'infanzia e come gli
armadi sensibili, Luciano può dedicarsi a progetti di laboratorio
teatrale anche in zone disagiate, Lorenza realizza progetti sulle donne
ma anche spettacoli sulle piante, Maurizio lavora a progetti legati alle
arti visive e nello stesso tempo collabora con artisti come Marco Baliani.
Altri scriveranno meglio di me in che cosa consiste artisticamente il
lavoro che oggi essi fanno.
Nel 1997 la Casa degli Alfieri torna ad essere giuridicamente una cooperativa,
dato che tale forma consente all'occorrenza l'ingresso e la partecipazione
di altre persone funzionali ai progetti e l'impostazione organizzativa
che vige ancora oggi è la seguente.
Il processo decisionale è tuttora collettivo, con modalità
formali (decisioni ed atti che impegnano la cooperativa specie verso i
terzi) ma soprattutto informali. Sembra non esserci un sistema codificato
di trasmissione delle informazioni in quanto la vita in comune facilita
la circolazione delle stesse.
Le decisioni che richiedono una valutazione collegiale sono quelle legate
all'impiego ed alla manutenzione/trasformazione della casa intesa come
luogo fisico, alle politiche del gruppo verso l'esterno in modo particolare
verso i referenti istituzionali, agli aspetti economico-finanziari di
una certa rilevanza.
Le decisioni rispetto alla produzione artistica, alle collaborazioni da
mettere in cantiere, all'economia dei singoli progetti, ai tempi ed alle
modalità di lavoro rientrano nell'autonomia progettuale dei singoli
individui ma il sistema aperto che vige all'interno della casa è
fisiologicamente predisposto a ricevere apporti ed idee di ciascuno su
ogni attività.

Le risorse umane
oltre ai nostri quattro amici sono variabili rispetto alle esigenze dei
progetti e per quanto riguarda gli aspetti gestionali c'è uno staff
minimo di tre persone assunte a tempo indeterminato, di cui 2 a tempo
parziale, dedite agli adempimenti amministrativi, burocratici, organizzativi
e comunicazionali, con l'aggiunta di alcune collaborazioni esterne di
organizzatori professionisti su talune specifiche attività. Il
lavoro gestionale viene svolto nell'ufficio, un locale all'interno della
casa la cui raccolta di documenti cartacei nel tempo rende sempre più
angusto, attrezzato ed informatizzato.
La necessità di efficienzaoperativa ha portato ad assegnare a ciascuno
dei nostri quattro amici una supervisione su quei compiti e mansioni che
sono trasversali su tutti i progetti, una responsabilità che si
somma al lavoro progettuale individuale: Lorenza Zambon si occupa della
gestione degli aspetti economico-finanziari, dei rapporti con gli enti
finanziatori, della gestione del personale dipendente, Antonio Catalano
controlla gli aspetti tecnico-allestitivi, l'acquisto dei materiali ed
il rapporto con i fornitori, Luciano Nattino si occupa degli impegni connessi
alla rappresentatività del gruppo ed ai rapporti politico-istituzionali,
anche a livello nazionale, mentre Maurizio Agostinetto, supervisiona l'organizzazione
e la vendita degli spettacoli ed i rapporti con il sistema distributivo.
L'economia attuale della Casa degli Alfieri offre un dato molto interessante:
senza entrare nella noia dei numeri la struttura ha un bilancio di poco
più di un miliardo di lire costituito sul fronte delle entrate
per il 23% circa da finanziamenti dello Stato (FUS), per il 10% circa
dal finanziamenti pubblici regionali e degli enti locali, per il restante
67% autofinanziamento da attività.
Sul fronte delle uscite il funzionamento della struttura (personale a
tempo indeterminato, spese generali, rimborsi ai soci, interessi passivi,
ecc.) costa il 50% del bilancio, mentre la realizzazione dei progetti
(costo del lavoro, produzione, materiali, promozione, oneri di commercializzazione)
è il rimanente 50% del budget di cui tre quarti costo del lavoro
(fatto normale considerando che in tutte le imprese di spettacolo le risorse
umane sono il principale fattore produttivo).
Una percentuale di autofinanziamento così alta rispetto ai finanziamenti
pubblici esprime una certa capacità di posizionamento dei progetti
rispetto a destinatari (spettatori, sistema distributivo, committenti)
ma dimostra anche come la strada dell'individualità progettuale
non ha solo valenza artistica ma anche strategica perché di fatto
attua una diversificazione di prodotto ed incrementa le possibilità
di forme e fonti di entrate. Inoltre la maggior parte delle imprese culturali
non profit esprimono un rapporto inverso tra finanziamenti pubblici ed
autofinanziamento, con una dipendenza dai primi molto spesso fortissima.
Trovo questo coerente con la linea di autonomia ed indipendenza che contraddistingue
gli amici alfieriani.
Intendiamoci i soldi sono sempre pochi e se le istituzioni riconoscessero
in modo più appropriato potenzialità e significatezza del
lavoro di questa realtà, un incremento dei mezzi finanziari permetterebbe
la concretizzazione di molti progetti ancora in fase ideativa.
Le mie considerazioni finali, raccogliendo le idee e le emozioni, a distanza
di giorni, confermano quella sensazione iniziale legata alle parole di
Rodari.

La Casa degli Alfieri
è una idea forte, con una immagine nitida, una consapevolezza ed
una volontà ancora più ferree. La mission come la si intende
parlando di organizzazioni in questo caso è affermata, chiara e
le persone coinvolte non solo la condividono ma si identificano in essa.
Non c'è solo la ricerca di un sogno, appunto di una utopia, ma
una paziente, instancabile, umile operosità che si pone verso nuovi
piccoli traguardi. Nella casa regna una calma apparente ma essa cela una
irrequietudine che si placa solo nell'azione.
Gli alfieriani praticano il marketing: probabilmente inconsapevolmente
e senza tecniche precise, solo perché certi atteggiamenti sono
legati alla loro idea del lavoro teatrale. Mi spiego.
Il marketing mix culturale definisce il concetto di prodotto nel teatro
come esperienza. Chi fa teatro offre indistintamente ai propri clienti
(spettatori, finanziatori, operatori di spettacolo, opinione pubblica,
critica e mezzi di informazione) una esperienza, che assume valore ed
importanza diversa nella misura in cui è vissuta e recepita da
chi ne usufruisce.
La Casa degli Alfieri fonda ogni suo progetto sulla creazione di una esperienza,
perché ritiene questa l'unica dimensione possibile per garantire
una qualità artistica e culturale di ciò che si intende
trasmettere (siano messaggi, provocazioni, sensazioni).
Secondo aspetto: gli alfieriani basano tutto sul concetto di relazione.
Per loro è prioritaria la relazione con gli artisti, la relazione
con la comunità locale di Castagnole Monferrato, la relazione con
il pubblico.
Pertanto vanno a cercare le persone con cui stabilire tramite le attività,
gli spettacoli, i progetti, delle relazioni. Ed il pubblico che partecipa
alle loro iniziative non è solo quello teatrale, non è quello
degli addetti ai lavori ma in genere quello a cui i progetti fanno più
riferimento, che li riguarda di più. Non c'è un pubblico
facile, di comodo, per fare sbigliettamento ma solo gente normale di tutti
i giorni che può provare interesse per quanto si propone loro.
Su queste persone sono massimizzati gli sforzi di intercettazione e promozione
della Casa, che svolge in un certo senso un lavoro di segmentazione e
posizionamento, concetti chiave, unitamente alla relazione con il cliente,
del marketing culturale moderno.
Il rapporto con il sistema e la società del teatro italiano è
garantito da un bel mix di elementi: la storia del gruppo, la storia delle
persone, le tappe e la quantità di cose fatte, l'identità
costruita, la rete dei contatti, la diversità dei progetti, le
collaborazioni, le competenze acquisite.
Si tratta di un rapporto in equilibrio perché gli alfieriani non
hanno spostato di un centimetro la loro traiettoria artistica e di cammino
rispetto alle pressioni ed ai condizionamenti che potevano venire dal
sistema e dai meccanismi infernali dei sussidi. Certo oggi il Regolamento
sul teatro impone un progetto triennale che nel caso degli alfieriani
significa la somma tanti progetti da collegare, per cui la necessità
di trovare raccordi e link senza alterare principi e presupposti di lavoro
esiste.
Ma è pure vero che la Casa degli Alfieri oggi può rappresentare
un modello innovativo di stanzialità e di lavoro per tante realtà
teatrali italiane, soprattutto un modello riproducibile.
La struttura organizzativa è una specie di modello a matrice, per
funzioni e per progetti, leggera e sostenibile rispetto all'attività
odierna ma nel medio termine, qualora i volumi di attività crescano,
essa potrebbe risultare inadeguata ed evidenziare un gap di competenze
sul fronte gestionale.
Ho trovato saggio che all'interno ci si interrogasse sui punti di debolezza
e che la riflessione volgesse verso una ipotesi di sviluppo, qualificazione
e maggiore responsabilizzazione delle risorse umane oggi presenti nello
staff come investimento per il futuro.

Concludendo, dal
punto di vista organizzativo, oltre quanto già detto, mi sembra
di cogliere diversi fattori critici di successo della Casa degli Alfieri:
- un
sistema di valori che costituisce un patrimonio vero e proprio a cui
fare riferimento;
- il
capitale delle risorse intangibili di cui dispongono, la ricchezza
delle competenze distintive che caratterizza i singoli e loro messi
assieme e la capacità di condividere secondo una avanzata idea
di "rete" interna nella quale si capitalizzano tutte le
esperienze;
- il
lavorare "in un certo modo", con qualità, miscelando
la calma e la pazienza dei riti di mestieri artigianali del lavoro
d'arte ad una concezione innovativa ed aperta alla modernità;
- la
Casa intesa come un ambiente multi-project e la metodologia di lavoro
a progetto;
- la
flessibilità di alcune dinamiche organizzative tipiche di un
gruppo strutturato applicate alla necessità di sviluppo di
dinamiche individuali progettuali ed artistiche;
- il
networking artistico e produttivo di fatto avviato e coltivato, che
è un paradigma del futuro per le imprese culturale in quanto
sottointende scambio di informazioni, confronto artistico, conoscenza
diffusa e condivisa, friend-rising piuttosto che fund-rising (il superamento
della ricerca del denaro a vantaggio del valore che deriva dalla pluralità
di apporti che possono dare le collaborazioni con altri nel tempo);
- la
libertà di svolgere progetti individuali consente la possibilità
di operare su più progetti dal punto di vista quantitativo
e di monitorare e stabilire un maggior approfondimento della qualità
del lavoro individuale, visto il principio di responsabilizzazione
assunto;
- l'aver
consentito di liberare le aspirazioni profonde che ciascuno riponeva
in se stesso non su piani idilliaci o di principio ma su presupposti
di un lavoro quotidiano duro, concreto, aperto alle difficoltà
ed ai limiti dei mezzi e delle capacità ma inevitabilmente
gonfio di prospettive;
- infine
il rapporto con i destinatari dei loro interventi, la pazienza, l'attenzione
ed il rispetto verso le persone con le quali entrano in rapporto.
Sono passato
nella Casa degli Alfieri per poche ore, non so se ho lasciato qualche
traccia così come tanti colleghi ed amici fanno in un gioco di
continua partecipazione. Di sicuro una traccia tutta la tribù
alfieriana me l'ha lasciata, nello stesso modo con cui regala esperienze.
L'utopia che ho incontrato è tra due cedri e nella testa di un
gruppetto di persone ed a me personalmente fa bene sapere che c'è.

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