casa o bottega

 


di Giorgio Giacchè

I.
Mettere su casa o aprire una bottega? Questo è il dilemma.
Già, perché si fa presto a dire "casa e bottega" come fossero una cosa sola o peggio come se fossero la stessa cosa. Forse lo sono, quando ci si adatta a vivere dentro la bottega o quando ci si attrezza in casa per svolgere lavoro a domicilio; forse dunque lo erano, anche per i giovani attori, nel periodo appena trascorso in cui i 'gruppi' chiedevano soltanto una 'sede' – non meglio precisata – per fare le prove di teatro e di vita, spesso generosamente e imprudentemente mescolate. Dopo quell'epoca di inizi e iniziazioni ininterrotte, ogni gruppo non più giovanile ha dovuto scegliere o sciogliersi: vuoi perché era in anticipo il loro teatro, vuoi perché più spesso era in ritardo la vita. Vuoi perché il loro lavoro ha avuto fretta di integrarsi, vuoi perché la loro quotidianità ha avuto bisogno di strutturarsi: insomma bisogna anche pensare di prender moglie o marito, di fare figli e mandarli a scuola, ché altrimenti – perfino senza accorgersene – si rischia di passare dal celibato teatrale (denso di motivazioni e di occasioni d'incontro) allo zitellaggio sociale (addensato d'incomprensioni e di situazioni di margine).
Il "teatro di gruppo" è stato, e forse è ancora, una nebulosa importante nel cielo del teatro, almeno quanto le rare e luminose stelle fisse che giustamente lo dominano. Ci sono stati anni che tutto quel pulviscolo si vedeva di più, tanto da essere scambiato per una cometa annunciante non si sa quale avvento. In periodi come questo si vede molto di meno, ma in compenso si sa di quale avvento si trattasse, visto che sono sempre le stelle a dar luce e orientamento, mentre la nebulosa dei gruppi, magari più rarefatta di allora, ha moltiplicato i luoghi e i modi di un teatro diffuso e confuso con il sociale: un'operazione che doveva servire alla sua sopravvivenza è diventata la sua giustificazione, in tempi in cui il teatrale e l'artistico e il culturale sono gli aggettivi qualificativi di un "servizio del pubblico sollievo", che a sua volta spesso li squalifica.
Come difendersi allora da questa forse involontaria ma pur sempre volonterosa metamorfosi? Come difendere l'aerea incertezza del proprio teatro di ricerca dalla certezza terrena o dalla "trovata" del servizio teatrale?
A guardarsi in giro, sembra che la scelta sia una, e per di più obbligata: aprire la propria bottega. Che si configuri poi come un vero teatro o un falso ufficio, un centro di produzione o appena di smistamento, un'azienda commerciale o una scuola di formazione, non importa. La "bottega" sta come si dice a pennello nel paesaggio attuale, tutto preso dall'ansia degli affari e dalla febbre della privatizzazione; la bottega anzi lo corregge aggiungendovi qualcosa di artigianale e di pedagogico, qualcosa di anacronistico e però di relazionale, che manca e che in fondo fa bene al Mercato. Se è vero che è Lui il signore incontrastato dell'attuale paesaggio terrestre, la bottega è il miglior modo di atterrare salvando le peculiarità o le vocazioni eteree dell'arte teatrale. Nei confronti del Grande Mercato Totale, la bottega non sarà certo un Cavallo di Troia ma nel suo piccolo è un'Arca di Noè: non lo rivoluziona ma si impegna in una resistenza, non provoca crisi ma anzi vi aggiunge la sua concorrenza.
A guardarsi in giro, sembra proprio che ci abbiano provato tutti: chi è ancora senza bottega non è detto che non ci abbia provato. Chi non ha mai nemmeno provato, non negherà di essersi comunque trovato di fronte a questa scelta, e a questa sola.
Fino a qualche tempo fa, infatti, il dilemma fra la bottega e la casa non si poneva, se non come alternativa tra il continuare e lo smettere, appunto ritornando a casa.
E' in fondo questo quel che si pensa, quando si vede su una ridente altura delle campagne astigiane la "Casa degli Alfieri", con tanto di giardino e di cane, di rumore di bambini e di odore di cucina. A prima vista – è inutile negarlo – si pensa: "che siano tornati a casa?".





II.
In un certo senso è andata proprio così. Anche una seconda e poi perfino l'ennesima occhiata confermerà infatti l'idea del ritorno e del rifugio, del bisogno del tetto più prepotente del desiderio del palcoscenico. Ma intanto ci si accorge che tutte queste conferme "casalinghe" non contraddicono la ricerca di una soluzione contraria alla dissoluzione del gruppo, non si oppongono alla prosecuzione di un impegno professionale, e possono addirittura incrementare il teatro da fare, mentre aiutano a guarire dall'incubo del teatro da vendere. Insomma ci si accorge che la casa può essere perfino meglio della bottega, o che comunque ha pari dignità.
Dev'essere allora andata così, che – accortisi per primi – a un certo punto gli Alfieri hanno messo su Casa. Ma, prima di parlare della loro Casa, qual'era esattamente il Punto?
Forse quello in cui un gruppo di teatro che esiste da qualche decennio, scopre la differenza fra resistere e insistere. Il primo è un verbo d'azione perfino eroica, ma che celebra più la durata che la vittoria, e testimonia l'originaria identità ed energia fino allo stremo di entrambe. E' un verbo che presume dunque una scelta già fatta e una realizzazione già avvenuta: un verbo che forse basta e avanza nella vita, ma non ha grande valore o senso in teatro. Al teatro si addice di più l'insistere, che equivale a un'azione ugualmente ostinata ma più puntuta, ansiosa di avanzare verso un obiettivo che non è mai dato, e che infine non è mai ottenuto. Insistere è, come si sa, un verbo infantile, giacché significa rinnovare le medesime voglie ed energie bambine, mentre le strategie possono diventare tante e gli obiettivi vari. Insistere non condanna infatti il soggetto alla coerenza, ma nemmeno tratta la disobbedienza come un tradimento. Al contrario insistere è di per sé disobbedire ad ogni richiamo formale, all'invito a darsi un contegno, alla tentazione di "resistere" orgogliosamente e pubblicamente come vorrebbe il nemico.
Insistere è in sostanza un atteggiamento più personale e meno bellicoso; non è dunque un caso se, perfino come modo di dire, "mettere su casa" esprime la cocciutaggine dell'insistere.
Resistere è piuttosto quando ci si chiude in bottega.





III.
Il punto in cui si "mette su casa" per continuare a fare teatro, ha il valore di un punto di non ritorno. Forse è questa la prima differenza fra la casa e la bottega. La bottega si può aprire e poi chiudere, può dare e togliere lavoro, può essere partecipata e abbandonata nel giro di una stagione; ma si può abbattere o abbandonare una casa appena costruita? Si può con altrettanta manageriale disinvoltura cambiare idea e indirizzo, dopo aver fatto il debito o il mutuo della propria vita, dopo aver scelto insieme il posto ameno e il disegno adatto, aver costruito le mura comuni e quindi comprato l'arredamento dell'appartamento "privato" in cui ciascuno si è trasferito con la propria famiglia?
Metter su casa (tutti insieme, ma ognuno la propria), comporta magari un impegno minore verso gli altri, ma consiste in un vincolo maggiore: ciascun socio rientra in possesso della propria individualità, ma dopo aver fatto un patto o un passo in comune che, proprio perché non riguarda soltanto il lavoro, si avverte come più pesante o addirittura più sacro. Intendiamoci, non si vuol dire che sia un sacramento, ma di norma lo si fa dopo un matrimonio. Se resistere in bottega vuol dire avere qualcosa da difendere, insistere mettendoci su casa vuol dire avere ancora qualcosa da progettare, e su cui scommettere. Sì, come quando si gioca a Monopoli.
Dalla casa si passa infatti all'albergo e allora si sente di aver occupato pienamente quel posto e soprattutto di essere passati dal reddito alla rendita: ecco, la casa è diversa dalla bottega proprio per questo. Una Casa degli Alfieri che funzioni e che si rispetti costituisce una rendita culturale, a prescindere dal reddito artistico che i singoli progetti e spettacoli e servizi (perché no?) possono procurare. La rendita viene dal fatto che la casa non solo è abitata, ma è frequentata e usata come un 'albergo del teatro': accanto ai cinque appartamenti privati, c'è infatti un piano intero adibito a foresteria, sale per riunioni e prove e dimostrazioni, uffici e servizi,... proprio come succede in più di una "bottega" teatrale.
Ma allora dove sta per davvero la differenza?





IV.
Tante piccole differenze ne fanno una grande o vera quando sono tutte orientate nello stesso modo. La differenza vale poi la pena di essere presa in conto, se è più conveniente o più adatta al teatro e alla sua cultura. Ma, prima di tutto, se rispetta le persone che lo fanno e la loro storia.
Gli Alfieri, un po' come tutti, le hanno provate un po' tutte: dall'Assemblea Teatro al Mago Povero hanno attraversato le alternative ideologiche ed economiche e hanno sperimentato le strutture politiche e professionali che erano e sono a disposizione; fino al punto in cui bisognava dichiararsi "impresa", e cioè consolidare e magari assolutizzare un'identità basata sul rapporto di lavoro. E' stato allora che – anche per allontanare il calice di un'amara quanto generale conversione alla cultura e al culto aziendale – hanno preferito risolvere insieme un problema personale, che li ha messi in condizione di svolgere in modo originale il tema teatrale.
Per quelle strane coincidenze che capitano spesso a gente che condivide gli stessi tempi e divide gli stessi soldi, erano tutti sotto sfratto: ciascuno di loro doveva trovar casa, ed è così che, fatta la somma dei problemi, hanno trovato il titolo del tema.
"La Casa degli Alfieri" doveva però nascere con le giuste caratteristiche perché appagasse il desiderio privato di sistemarsi e quello teatrale di aggiornare la struttura e il metodo di lavoro. Fare una casa per non metter su bottega, gli sarà parso un escamotage degno del miglior teatro, ma appunto allora bisogna mobilitare tutti i trucchi del mestiere per mantenere il progetto nello stato precario ma felice della teatrale ambiguità.
Primo, bisogna che la casa sia di città ma si trovi in campagna. Una casa in città finisce per funzionare come una "casa della cultura" o peggio come una "casa delle libertà": oscillando fra l'arci-casa e il neo-partito, una Casa degli Alfieri in città non avrebbe scampo, non sfuggirebbe al gioco dei politici e tanto meno all'impegno degli intellettuali. Al contrario, una vera casa di campagna corre il rischio di diventare la casa aperta a tutti e però di nessuno: se è libera dalle attribuzioni di Servizio, difficilmente sfugge alle influenze dell'Ideologia. Stavolta però – per gli Alfieri – non si tratta più di mescolare la vita con il lavoro, come si faceva ai tempi delle "comuni", ma soltanto di avvicinarli al massimo. Tirando su in aperta campagna una casa di città – con appartamenti separati da piani e pianerottoli e corridoi – si può dire che la vita privata e il lavoro comune siano letteralmente divisi da una sottile (ma solida) parete, mentre restano uniti da infinite (possibili) porte.
Secondo, la casa deve essere più grande di quanto basta. A tutti basterebbe avere un tetto, mentre chi "mette su casa" deve poter prevedere l'avvenire e poi anche accogliere il divenire. Questo non vuol dire soltanto rendere disponibile e agibile il massimo dello spazio, ma anche il massimo del tempo: può sembrare un controsenso ma la casa si distingue dalla bottega anche per il suo tempo diverso, dilatato e infine totale; non è dunque essenziale esagerare con la cubatura, giacché, una volta riempite tutte le stanze, ci saranno sempre altre ore per il progetto futuro o per il futuro dello stesso progetto. Una casa dunque è utile quando è un vestito comprato "in crescita", come si faceva una volta, prima delle mode incalzanti e dell'usa e getta. Il paragone non è privo di senso, se si considera che per gli Alfieri la casa non è uno spazio teatrale (per quello sarebbe stata meglio la bottega), ma è piuttosto il nuovo "costume" di un gruppo che è diventato Casa. O meglio, visto che la casa la si indossa una volta per tutte, è il nuovo abito che stavolta – contraddicendo il proverbio – deve fare il monaco.
Terzo, quella del monaco non è poi soltanto una battuta: in effetti, una casa grande di città in campagna, che serva anche da laboratorio (e magari da oratorio, per quelli che passano ogni tanto a discutere e studiare e progettare), è davvero simile a una moderna "abbazia". Come quella, è fatta di celle e di refettori, di luoghi di culto e di cortili per il mercato; come quella, incoraggia l'incontro ma permette la solitudine, obbliga alla socializzazione dei problemi economici, ma libera la ricerca individuale e la missione solitaria. Infine è pur sempre e soltanto una casa "madre", che favorisce la collaborazione interna ma – al contrario della bottega – si apre ad ogni occasione esterna di lavoro, poiché la casa è un punto di arrivo per alcuni, ma può essere punto di partenza e di ritorno per altri.
Quarto, la casa è anche – e per fortuna – il contrario del sacro convento: è da sempre la sede profana della famiglia. E questo vuol dire che, al di là delle singole famiglie dei cinque residenti, una famiglia d'arte tutta intera dovrà abitarla e usarla. Ma, al contrario di quando la famiglia estesa si produceva negando e mescolando le famiglie nucleari, stavolta si usa il fiume costante degli ospiti scelti e degli amici veri o il flusso ininterrotto dei progetti di lavoro aperti e incrociati fra loro, che dotano la Casa di un sistema circolatorio e nervoso che la rende Corpo. Una famiglia grande è infine il corpo di tutti, e la Casa, anche se è soltanto un corpo edilizio, può davvero riassumere da sola la Famiglia, a patto che si configuri come una "casa che vive". Del resto, cos'altro potrebbe essere oggi una "famiglia d'arte" che faccia davvero i conti con la crisi del teatro, ma soprattutto con quella della famiglia? Davvero qualcosa di diverso da un condominio aperto agli ospiti e nemico dell'anonimato, in cui ogni abitante o viandante sia motivato a scambiare idee e a costruire progetti d'arte, dandosi l'obiettivo, se non il sentimento, di un parente sempre più stretto?
Quinto, una casa che si rispetti sta in piedi da sola. In altri termini, bisogna far sì che una Casa degli Alfieri risponda da sola (e cioè senza nulla dire o dimostrare) della poetica e della politica teatrale: in questo sta il vero vantaggio di una cosa robusta come una casa. La sua materia è la sua misura, e in fondo anche la sua giustificazione: la casa è fatta di mattoni e di persone e, finché staranno in piedi gli uni e in vita le altre, potrà permettersi errori e dimenticanze, esperienze e pause, successi e fallimenti, ma non sarà possibile metterla completamente in discussione. Una casa non è una "persona giuridica" che si identifica e di esaurisce nelle sue azioni: anche se se ne assume la responsabilità, resta almeno in parte estranea ai loro esiti come anche ai loro motivi. Insomma, una casa è quel che si dice un investimento, prima di assumere la facciata di un qualsiasi servizio; resta pur sempre un bene immobile, anche nel caso non si riescano a piazzare i beni mobili e fragili da lei prodotti.
Come nella favola del lupo cattivo, la casa resiste ai venti della politica e alle lusinghe della cultura. Resiste appunto, mentre chi l'ha messa su – come dicevamo – ha il compito di insistere.





V.
I vantaggi del mettere su casa, almeno nel caso degli Alfieri, non sembrano pochi. Questo non vuol dire che la loro Casa debba diventare un modello, ma almeno fa riflettere sui modelli alternativi o precedenti (e anche sui modi politici e sui metodi di lavoro che li hanno caratterizzati fin qui). La Casa degli Alfieri, cioè, forse si adatta soltanto a queste pedine trasversali e "folli" degli scacchi, ma serve a tutti almeno per fare dei confronti e armare delle critiche.
Per esempio, la Casa ci fa capire qual'era il limite di quei Gruppi che avevano creduto nella famiglia e nel tetto senza però fabbricare la struttura che li riassume ma anche li trascende: consumati all'interno da liti fraterne e all'esterno da guerre fratricide, hanno fatto alla fine più la politica teatrale dell'assessore che il teatro politico dell'attore, con risultati che non rendono giustizia alla loro generosa vivacità. Per esempio, la Casa ci fa scoprire come mai non hanno funzionato i Centri, o meglio quei centri che si sono fatti mangiare la casa dal teatro e il teatro dall'ufficio; che hanno cioè sottovalutato l'importanza di essere "centri abitati", per diventare sempre più efficienti come centri direzionali o perfino commerciali. Per esempio, la Casa ci suggerisce un altro modo – davvero di campagna – di lavorare sul terreno invece di farsi imprigionare nelle logiche istituzionali del Territorio: per chi fa teatro, è meglio arare e coltivare oppure distribuire ovunque precotti di città? è meglio situarvi una casa all'interno oppure disporsi dal punto di vista di un centro che lo domina?
Sta di fatto che, da quando gli Alfieri hanno una Casa, le iniziative sul territorio si sono moltiplicate ma sono diventate simili a ricerche sul campo: in fondo era una loro dote o una loro identità quella del rapporto con l'antropologia e la storia locale. Ma, adesso, viste e fatte da casa, le loro operazioni hanno acquistato una nuova forza e talvolta un nuovo senso. La Casa si può tirar fuori dalle attese e dalle promesse istituzionali e procedere con delle aggiunte culturali magari non richieste. Può non partecipare più alla deludente lottizzazione dei servizi, e passare dalla parte di chi s'illude di reinventare e moltiplicare le 'feste' (I sentieri delle feste, è appunto l'ultima operazione territoriale della Casa degli Alfieri).





VI.
Il fatto è che – e sappiamo di spingere la metafora fino al patologico – "il teatro fatto in casa" permette di recuperare il primo dei princìpi dell'arte scenica: il processo ritorna ad essere al primo posto rispetto al prodotto, anzi per dirla con le parole di un attore della Casa degli Alfieri "il risultato è per davvero il prodotto del processo".
Non è un problema di genuinità, perché nel lavoro teatrale si sa sempre quel che c'è dentro e dietro, ma di una libertà di gioco che viene prima della serietà del mestiere. Anzi, a dirla tutta, viene prima persino della necessità del teatro. In casa, l'idea nasce e si costruisce un po' alla volta, con i suoi tempi e le sue divagazioni: il lavoro teatrale dispone così di una culla che lo trattiene il più a lungo possibile nel suo stadio ludico e sospeso. E' un po' come quando, appunto a casa, ci si diverte o ci si impegna in un'arte figurativa e individuale come la pittura, ma anche come la poesia. "Figurativa" nel senso di qualcosa che ci si può continuare a figurare a lungo; "individuale" perché si prolunga e si approfondisce un rapporto personale con la propria opera, anche quando è diventata prodotto ed è arrivata al pubblico.
Ecco, a detta degli Alfieri, il Pubblico "in carne ed ossa" è tornato ad essere prevalente rispetto al fantasma opprimente del Mercato; il gioco resta professionale, ma non è più afflitto dalle urgenze e dai ricatti del professionismo; il gruppo diventa una relazione di amicizia e di vicinato che certo controlla gli esiti ma non asfissia i processi della creatività... E però no, non si vuole esagerare con l'utopia: restano importanti e incombenti i problemi delle cose da fare e dei soldi da guadagnare. Ma la Casa continua fin che può a fare da schermo all'impresa, e non è poco: sul piano dei rapporti di gruppo, toglie il peso della loro Storia, mentre su quello dei problemi di bottega pone l'ipoteca della sua prioritaria Esistenza.
Grande come una casa è allora la libertà ma anche la difficoltà che si sono dati gli Alfieri per insistere nel loro teatro, ovvero per rinnovare le motivazioni e le energie, le condizioni e la prospettive del loro lavoro. Non sta a noi fare la critica e tanto meno tirare la somma di un'esperienza ancora troppo giovane, e in fondo nata anche per evitare agli estranei di cacciare il naso nelle faccende di casa. Non si può però negare che, visto da fuori, il loro teatro porti i segni e raccolga i vantaggi di un modo davvero casalingo di fare e di inventare. Non che prima non si facessero progetti strani o non si dicessero parole in liberta, ma oggi, nella Casa degli Alfieri, c'è chi costruisce Armadi Sensibili da esporre e Biblioteche Teatrali da raccontare in giro, chi riproduce piccoli giardini pensili dove dialogare con le piante o si mette a cucinare discorsi teatrali al femminile. Insomma, sembra più spontaneo e insieme più coraggioso il modo di lavorare, sembra paradossalmente più semplice fare teatro senza disporre di un teatro. Ovvero, per chiudere con una frase sfuggita di bocca ad un alfiere: "mi viene in mente quel modo e quel mondo dell'animazione del passato, quando il teatro eri tu e lo portavi dove volevi: bastava uscire di Casa...".


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