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di
Andrea Porcheddu
È sempre difficile capire un percorso artistico.
Occorre porsi in un ascolto sereno e rispettoso, guardare spesso
senza essere visti e cercare di comprendere.
Fare domande, provare a sentire con lo stesso pensiero.
Ancora più difficile raccontare quel percorso. In particolare,
poi, se lo si è condiviso poco o nulla. Tracce di spettacoli
in un archivio-memoria, conversazioni, interviste, qualche incontro.
Tutto questo non equivale a una condivisione vera. A volte può
creare stima e amicizia, ma non condivisione: lavorare e vivere assieme
per anni è altra cosa.
Eppure la voglia di scoprire e comprendere, naturalmente, aiuta. Si
tratta, allora, di lasciarsi andare alle domande e ai racconti, di superare
quella naturale diffidenza che si ha, e provare: provare, solo provare
a capire. Senza troppo giudicare, e senza molto catalogare: solo precisando,
quando necessario, o collegando frasi sparse, momenti diversi, intuizioni.
Ecco, allora, un percorso attraverso il percorso: un viaggio nel mondo
degli Alfieri, nella loro storia recente, nelle loro scelte e contraddizioni.
Saranno loro a parlare, a raccontare e spiegare.
Una traccia di terra
C'è un piccolo dettaglio, un particolare che potrebbe sembrare
insignificante, e che invece svela un poetica, un mondo. Quando si arriva
alla Casa degli Alfieri, lasciando sulla sinistra il piccolo bosco,
cercando di scoprire gli animali che ancora abitano questi paraggi,
respirando i colori di quel mare di colline e valli, quando insomma
si sale verso la Casa e si scende dalla macchina, si nota un piccolo
particolare. Tutti, o quasi, i componenti questa anomala compagnia piemontese
hanno qualche traccia di fango in una zona ben precisa degli abiti,
più o meno tra la caviglia e il polpaccio. Una lieve striscia,
o qualche puntolino di terra: che si portano dietro, quasi senza accorgersene.
Viene da chiedersi come mai, proprio lì, e come mai lo abbiano
quasi tutti. Poi, passati uno o due giorni nella quiete trascendentale
della Casa, scopriamo che anche i nostri pantaloni sono marchiati: una
piccola striscia di fango, esattamente tra la caviglia e il polpaccio.
Quando? Come? Sembra quasi che la terra, la terra ricca di vigne di
Castagnole Monferrato si imponga.
La Casa degli Alfieri è una antica casa colonica, sospesa su
un tempo senza tempo: "vedo solo colline e mi riempiono il cielo
e la terra/con le linee sicure dei fianchi, lontane o vicine" scriveva
Pavese.
E quel fango lì, allora, è il piccolo simbolo di un omaggio,
di un contatto che anche se non voluto si impone.

La casa e lo
spazio
È stata una scelta decisa, quella degli Alfieri. Lorenza Zambon,
Luciano Nattino, Maurizio Agostinetto, Antonio Catalano. Le loro famiglie.
Vivono e lavorano qui, dal 1994, a pochi chilometri da Asti.
Racconta Maurizio Agostinetto: "ci venne in mente di cercare un posto
dove realizzare un casa comune, un luogo dove, più che fare teatro,
si potesse realizzare un pensiero. Negli anni Novanta, ma ancora di più
oggi, non occorreva realizzare nuove cattedrali: occorreva, invece, capire
che tipo di Dio, che tipo di fede potevano ospitare quelle cattedrali.
Quindi occorreva, semmai, costruire dei "monasteri", dei luoghi
dove fosse possibile riflettere: un'idea di luogo, di "comunità"
e non di "comune" lontana dalle esaltazioni degli
anni Sessanta. Insomma, un "condominio" con scala teatrale".
Un condominio teatrale: è definizione buffa, ma quanto mai calzante.
Lo spazio è decisamente imponente: circondata, ai quattro lati,
da fitta vegetazione, con una vista capace di emozionare anche il più
rodato escursionista, nella casa si avverte una sensazione luminosa di
calma, il sapore antico di un luogo ospitale. Ma, allo stesso tempo, si
intuisce la razionale funzionalità di un edificio pensato per contenere
teatro. All'ingresso si staglia una scala postmoderna, illuminata da pareti-finestre
che consentono di non perdere il contatto con l'esterno, la vista della
campagna. Poi, alla sinistra, gli spazi degli uffici e, di fronte, quelli
di una sala riunioni, spartana ma comoda. In fondo, si accede alla sala
prove, ai laboratori, all'area propriamente dedicata all'arte scenica.
Poi ci sono gli appartamenti: Luciano e Antonio al piano terra, Lorenza
al primo piano e poi, dopo un'altra rampa di scale, Maurizio e, davanti,
l'ingresso della foresteria.
Ancora Agostinetto: "Per due anni sono stato un "capocantiere".
Vengo da studi di arredamento e architettura, sono appassionato di giardini,
e il periodo di costruzione della casa è stato uno dei più
belli della mia vita: mi alzavo alle sette, stavo continuamente con i
muratori, ero a contatto diretto con le esigenze degli "inquilini"
e avevo il controllo economico del progetto, basato totalmente su materiali
"poveri". Conosco benissimo questa casa, la struttura in ogni
minimo dettaglio. Ho persino cercato l'acqua con un rabdomante. Insomma,
il mio rapporto con il luogo è estremamente materico, concreto".
Lorenza: "La casa è un fatto importante, perché rappresenta
una sperimentazione complessiva, non solo dal punto di vista teatrale
ma in senso culturale generale. Esiste questa casa, e parla in quanto
esiste. Non è un modello di teatro, è una semplice realtà".
Luciano: "Quando siamo venuti qui avevamo ancora, in noi, l'idea
di "gruppo". Si può dire, anzi, che l'estremizzazione
di quell'esperienza storica di teatro di gruppo trovava in questa casa
una sua "utopia realizzata", una sua possibilità. In
realtà, con il passare del tempo, abbiamo capito che in questa
casa si potevano fare anche cose più importantiŠ".
Il rapporto con il luogo. È da qui, da questa rinnovata consapevolezza
del ruolo del gruppo in un determinato contesto geografico, che prende
vita una nuova fase della vita degli Alfieri. Un percorso decisamente
articolato, ma che ha trovato nella casa un nuovo respiro, un afflato
più concreto e vitale, capace di coniugare un'attitudine artigianale
al sapere artistico: un teatro che sa riscoprire la semplice verità
della terra.

Una storia italiana
Il gruppo nasce ad Asti nella primavera del 1971.
Lo ricorda una interessante pubblicazione, edita nel 1994, che ripercorre
12 anni di lavoro di quello che allora si chiamava "Collettivo Gramsci"
e poi "Teatro del Magopovero". Un percorso comune a tante realtà
di teatro politico che viveva il proprio fare agit-prop con spettacoli
come "La resistenza continua" (71), "Grazie padrone ma
noi abbiamo le nostre" (72), "Il fascismo è una tigre
di carta" (72), "Prendete una donna e bruciatela come strega"
(73), "Vivo in gabbia e mi nutro di incubi" (74).
Lunghi titoli, programmatici, per un teatro a tesi, comune a tante compagnie
italiane che hanno segnato una pagina importante della nostra storia teatrale.
L'aspetto gestionale ed organizzativo del gruppo si riflette anche sul
lavoro artistico.
Maurizio: "nelle dinamiche di gruppo ognuno era chiamato a rispondere
non solo per le proprie competenze. Non si cercavano competenze specifiche,
ma c'erano dei ruoli che di volta in volta veniva assunti in maniera più
precisa da qualcuno. Il lavoro, comunque, era di gruppo e, ad esempio,
non si potevano identificare "il" regista o "lo" scenografo.
Una scuola di pensiero che ha mostrato pregi e difetti, perché
quando poi un individuo si trovava solo non riusciva più a produrre,
sentendo la mancanza degli altri".
Gli anni Settanta sono segnati dal percorso collettivo, dall'animazione,
dagli interventi nelle strade, nei cortili e nelle fabbriche.
Gradualmente, però, lo sguardo degli Alfieri si libera della prospettiva
esclusivamente politica: accanto a quel teatro di impegno sociale appaiono
spettacoli improntati ad un impianto maggiormente letterario. Il decennio
si chiude con produzioni quali "Pietre" e "Zarathustra"
mentre il 1980 vede la nascita di "Moby Dick", uno dei lavori
più importanti della storia della compagnia, con musiche di un
altro astigiano, Paolo Conte.
L'anno seguente è la volta di "On the road" da Kerouac,
poi "Galileo" (82) e "Scaramouche" (83) che segna
l'ingresso di Lorenza Zambon in compagnia. La letteratura filtra la realtà
di quegli anni.
Maurizio: " "Moby Dick" ci ha accompagnato fino al 1999.
Per quel che mi riguarda è stato il primo pensiero vero sulla scenografia
e vi ho anche recitato per un po'. In realtà ci ha accompagnato
tutti, per vent'anni. Uno spettacolo che ci ha segnato, anche sul piano
poetico".
Si legge, tra l'altro, nel programma di sala: " Uno studio
biblioteca con libri, carte, polvere. Un letto sull'armadio. L'habitat
quotidiano di uno scrittore solitario e stralunato, in cui egli lavoro,
mangia, dorme, sognaŠ Lo scrittore sa e non sa di diventare di lì
a poco il capitano Achab".
Una riflessione sul sogno e sulla scrittura.
Lorenza: "Quando sono arrivata qui ho sentito, immediatamente, suggestioni
molto stimolanti: venivo da un teatro sperimentale, a Padova, che si muoveva,
paradossalmente, tra Brecht e Grotowski. Ritrovai questi modelli, ma vissuti
in modo diverso. L'impatto fu molto vivificante".

La scelta drammaturgica
Lorenza: "Nel nostro cammino abbiamo affrontato testi di alcuni autori,
ma, in realtà, abbiamo sempre preferito lavorare basandoci sulla
"auto-drammaturgia". Luciano e Antonio si facevano collettori
delle idee, degli spunti provenienti dal gruppo, e ne ricavavano il testo.
Poi, stava agli attori intervenire, fare proprio lo scritto, lavorare
sul testo modificando il linguaggio, adattandolo, cercando un "parlato"
naturale e non letterario. Abbiamo anche allestito testi di Mamet, Beckett,
Victor Haim, Mishima, ma prevaleva una scrittura nostra".
Luciano: "Non è facile capire tutti i passaggi della nostra
storia artistica, fatta di spettacoli diversi, da Mamet a Hemingway o
nostri. Ad esempio, però, non abbiamo mai operato "riletture"
dei classici del teatro. Semmai siamo passati dall'indagine sulla drammaturgia
contemporanea a cose scritte da noi, e quando abbiamo cercato un autore
contemporaneo o un classico come Cervantes, lo abbiamo fatto puntando
a qualcuno che fosse il più vicino possibile alle cose che noi
volevamo raccontare".
È il caso, ad esempio, di "Van Gogh" (88) drammaturgia
di Luciano Nattino, un lavoro che segna un punto importante nell'evoluzione
artistica della compagnia. Si legge nelle note: "È la storia
reinventata ma fedele di Vincent, della sua avventura spirituale e umana.
Con lui Paul Gauguin, il fratello Theo, la ex prostituta Cristina. Pubblico
e attori sono compresi nello stesso spazio: una sorta di sauna/arena dove
seguire da vicino le lotte e le fatiche dei protagonisti illuminati da
angeli della luce".
Lorenza: "Spettacoli come "Van Gogh" o "Creature"
del 1990 sono piuttosto forti, interessanti anche dal punto di vista della
scrittura e quindi della leggibilità. Il lavoro di scrittura non
è stato quasi mai totalmente collettivo. Nel caso di "Van
Gogh" la stesura fu però abbastanza travagliata, fatta di
intere scene spostaste e di molteplici stesure antecedenti al lavoro di
scena. In altri casi, invece, l'attore ha fatto il proprio lavoro di revisione
sulla prima stesura, subito ritenuta valida, durante le prove. In ogni
caso abbiamo sempre cercato di sfuggire il comico "puro" o il
tragico "puro", ma abbiamo cercato continuamente un punto dove
comico e tragico si incontrassero".
Gli anni Novanta si aprono con un doppio omaggio: il primo è a
Cesare Pavese, il raffinato e dolente cantore di questa parte d'Italia.
Dopo "Non sono mai stato vivo come ora, mai così adolescente"
(1990), il gruppo e in particolare Luciano Nattino tornerà
spesso al verso e alla vita di Pavese.
Il secondo omaggio è a Ernst Hemingway: Antonio Catalano si fa
interprete de "Il vecchio e il mare", in uno spettacolo che
si collega, naturalmente, a "Moby Dick". Scrive Catalano presentando
il lavoro: "Nel romanzo di Hemingway il tema della dignità
si fonde e si illumina con un altro importante aspetto, che è il
rapporto uomo/natura, il dialogo ininterrotto tra umanità e cosmo,
le relazioni tra esseri viventi e non, lo scandaglio delle profondità.
Il mare è un universo di fatica e di libertà da conquistare
a caro prezzo. Il mare porta con sé ricordi, memorie, ma soprattutto
misteri, alcuni affrontabili con pazienza, con senso dell'attesa, con
conoscenza del tempo e delle cose, con una calamitazione costante, altri
segreti invece sono imponderabili".
Del 1992 è "Alberi" di Catalano, "Giorni felici"
di Beckett e un Progetto Pirandello comprendente "L'uomo dal fiore
in bocca" e "La patente". L'anno successivo è la
volta di "Nessuno" di Luciano Nattino e Antonio Catalano e di
"Nella nebbia" di Mamet.
Ancora un anno e vengono messi in scena "La fortezza vuota"
(1994) cui partecipa anche Bruno Stori, e un altro importante lavoro degli
Alfieri: "Maudie and Jane" drammaturgia di Luciano Nattino dal
romanzo "Il diario di Jane Sommers" di Doris Lessing.
Racconta Lorenza Zambon: "mi ero innamorata di questo libro. L'ho
fatto leggere a tutti, suscitando grandi entusiasmi. Avevo però
la sensazione che alcune cose dovessero essere modificate, come la scena
del bagno, che è in apertura di libro e che invece poteva rappresentare
il momento culminante dello spettacolo. Ci tenevo che la storia fosse
poco "parlata" e molto "agita": agita da corpi
il primo di una quarantenne, il secondo di una settantenne che
potevano parlare da soli. Era inutile aggiungere altro".
E il corpo della settantenne era quello di Judith Malina, storica fondatrice
del Living Theatre, uno dei punti di riferimento culturali e teatrali
degli Alfieri. L'incontro avvenne, con reciproco entusiasmo. Interpretando
questo ruolo Judith Malina vinse il Premio Ubu come migliore attrice,
mentre lo spettacolo fu insignito del Premio Giuseppe Fava per il miglior
spettacolo di impegno civile per il 1995.
Continua Zambon: "Credo che "Maudie and Jane" possa essere
visto, sostanzialmente, come un lavoro sul femminile. Non sono mai stata
nei gruppi femministi, e anzi mi hanno spesso accusata di essere troppo
"maschile": non amo l'enfasi che si sente spesso su di un aspetto
del femminile: il mito della donna-luna, della donna-marea, della grande
madre. Mi interessa, invece, uno sguardo femminile che riesca a tenersi
in rapporto con la complessità, il rapporto del corpo con la realtà
in accellerazione di oggi. Anche il lavoro che si fa nella Casa risponde
ad un principio femminile. Qui ci dobbiamo occupare di tutto, lavorando
in maniera complessa sulle relazioni: è un modo molto femminile
di procedere, che valuta contemporaneamente tutti gli aspetti dell'organizzazione,
tutte le variabili. Si organizzano le prove come si organizza una casa:
dove tutti devono mangiare, dormire, lavorare".

Proprio "Maudie
and Jane" segna l'inizio di un percorso diverso, più o meno
coincidente con l'ingresso nella nuova Casa, che vede, soprattutto, l'apertura
a nuovi artisti, a nuovi ospiti. Dopo Judith Malina e il Living Theatre
arriveranno, con il tempo, Marco Baliani e Maria Maglietta, Roberto Corona,
Gigi GherziŠ
Ma l'attività continua: con piccoli esperimenti scenici, come "Mi
uccideranno in maggio" (1995) di e con Luciano Nattino, spettacolo
contro la pena di morte, tratto dall'omonimo libro di Paul Rougeau, o
con due episodi forse meno riusciti nel lungo cammino degli Alfieri: "Perfettissime
sorelle" (1996) e "Chiosciotte" (97), due storie diverse
ma legate tra loro proprio dalla tensione drammaturgica verso l'analisi
della radicalità della fuga, dell'utopia, combattiva o remissiva,
della pulsione alla rivolta.
Lorenza: "Nel caso di "Perfettissime sorelle" abbiamo commesso
alcuni errori: il lavoro nasceva da una lunga analisi del mondo delle
suore, dallo studio di materiali scritti e da un incontro con la ex terrorista
Nadia Mantovani. Lei mi parlò per ore della sua vita, del suo percorso,
rivelando una vicinanza tutta teorica con il mondo della clausura, delle
suore, in un parallelismo basato sull'estremità delle scelte, di
uscita dalla vita pubblica. Ho organizzato tutto quel materiale, assieme
a Luciano, ottenendone un risultato decisamente complesso, forse troppo".
"Chisciotte", drammaturgia di Luciano Nattino e regia di Judith
Malina, nasce, invece, dal tentativo di cementare la collaborazione con
il Living Theatre. Sin dalle prove, però, svolte per la maggior
parte a New York, si delineano differenze nella concezione del personaggio
creato da Cervantes e nell'impostazione del lavoro. Lo spettacolo risulta
quasi scisso in due: l'amalgama non si crea sino in fondo, le due compagnie
restano lontane nell'interpretazione e negli stilemi recitativi.
È di questi anni anche il nuovo sentiero artistico di Antonio Catalano.
Con "Giovinezza", tratto dai "Racconti di coste e di mare"
di Conrad, l'attore chiude la trilogia "Per mare" aperta con
l'ormai lontano "Moby Dick" e proseguita con "Il vecchio
e il mare". La solitudine dell'uomo di fronte alla vastità
del mare, filo rosso che lega i tre testi, diventa lo spunto per una riflessione
più ampia sulla condizione umana e sulla condizione dell'attore.
Con "Giovinezza" Catalano affronta ancor più decisamente
la frammentazione del linguaggio, un procedere per sottrazione che contrassegna,
da qui in avanti, il suo modo di stare in scena.
Anche Lorenza Zambon tenta una nuova strada: è "A manca di
Orione", raffinato concerto-spettacolo sull'Odissea, ideato con il
musicista Fritz Hauser e le scenografie dell'architetto Boabaumann.
La situazione cambia velocemente, e lo si avverte anche dagli spettacoli
proposti: arrivano Marco Baliani (con "Corpo di Stato", 1998)
e Maria Maglietta ("Sole Nero", 1999); Catalano spinge sempre
più verso una ricerca linguistica improntata sullo stupore ("Concerto
ostrogoto", 98) e sulla dimensione "artigianale" del lavoro
(con il progetto "Faber et Ludens", 1999); Lorenza Zambon si
avventura sola in un'impresa in cui può riversare finalmente il
suo amore per la natura e la sua capacità compositiva ("Sette
volte bosco, sette volte prato", 99), arriva Gigi Gherzi (con "La
pollera", 2000). Luciano Nattino, dopo aver lavorato su "Il
Conde" (98) tratto dal racconto omonimo di Claudio Magris, guida
Baliani e Giorgio Rossi in un poetico affondo nel mondo di Pavese ("ŠE
d'accanto mi passano femmine", 2000) e scrive un originale "Vangelo
secondo l'asina" (2000), mentre Maurizio Agostinetto mette la sua
arte a disposizione dello stesso Baliani ("Francesco a testa in giù")
e Alessandra Rossi Ghiglione ("Madama Sinoira", una festa-spettacolo
in cui teatro e cucina giocano assieme).

Temi e percorsi
Sono tanti i fili che si intrecciano nella trama tessuta da questi quattro
artisti. Gli Alfieri portano continui contributi alla creatività
della compagnia: da ognuno vengono spunti, idee, suggerimenti. Spettacoli
diversi e indipendenti tra loro, che però contribuiscono a disegnare
un progetto unico, solido.
Si possono, allora, individuare due linee fondamentali, contraddistinte
da chiare suggestioni e tematiche.
Gli Alfieri non hanno mai perso l'attitudine al "politico".
Il loro sguardo verso la società non è mai venuto meno:
dopo gli anni dell'impegno, quando pure ovunque trionfava un'inversione
di tendenza intimista all'insegna della debolezza del pensiero, le proposte
artistiche della compagnia hanno tenuto in debito conto il ruolo di un
teatro che voleva essere ancora vivo e attivo nel proprio contesto sociale
e culturale. Certo: l'attenzione si volgeva più al "singolo",
al disagio dell'individuo di fronte alla complessità dell'esistenza,
alla solitudine, ma gli eroi-non-eroi che si evincevano dagli spettacoli
degli Alfieri avevano sempre ben presente il mondo: e il pensiero non
era analisi solipsistica ma raggiungeva la denuncia, la condanna, la lotta
attraverso la poesia. In questo contesto non potevano mancare, accanto
all'attività spettacolare, momenti di studio e riflessione, laboratori
e incontri.
Vale la pena tornare al tentativo di "Chisciotte", uno spettacolo
che, nella riscrittura operata dagli Alfieri, voleva implicare, tra l'altro,
una riflessione utopica sul mondo, accompagnata, però, dalla coscienza
del fallimento rivoluzionario. Eppure il disincanto non porta alla rinuncia,
semmai alla riscoperta di mondi altri, più vicini e veri.
Ed ecco il secondo filone di indagine, quello reso ancora più evidente
dalla realizzazione della Casa.
Gli Alfieri ri-scoprono (in effetti non lo avevano mai abbandonato) il
micro-cosmo. Tornano alle aie, ai cortili, ai filari di vigne, ai racconti
popolari.
Il primo a muoversi in questo senso è forse Antonio Catalano: crea
il "Centro d'arte per l'infanzia" e con piccole produzioni,
spettacoli agili, sospesi, lievi e poetici, si muove nei centri minori
del Piemonte, gira, scopre paesi e persone. Il progetto "Faber et
Ludens" è la prima produzione di questo Centro, una proposta
complessa dove interagiscono più linguaggi espressivi legati ad
un filone comune. Ecco, allora, gli stupendi "Armadi sensibili",
i fantastici "Libri/oggetto" dai quali ricavare infinite storie,
ecco "Le creature" di un poetico museo immaginario. Una creazione
(per l'attore) che è anche un gioco, un gioco (per bambini e adulti)
che diventa creazione.
È la Casa, insomma, con la sua dimensione "umana", con
i suoi tempi e i suoi ritmi, ad avere il sopravvento: si impone nella
sua natura, diventa idea poetica.

Le poetiche
e la casa
È emblematico, in questo senso, un progetto ancora non realizzato:
"La Casa mobile", un'idea-lumaca: muoversi portandosi dietro
la propria casa, e organizzare, in ogni ambiente, uno spettacolo. L'idea
si compone quasi naturalmente. Lorenza e il giardino ("Sette volte
bosco, sette volte prato"), un canto, a contatto con il pubblico,
della vita delle piante; Maurizio e Alessandra e la cucina ("Madama
sinoira"), Luciano e la stalla ("Il vangelo secondo l'asina"),
Antonio con la stanza dei giochi e la biblioteca ("Faber et Ludens":
ossia "La biblioteca di Cotrone" e "Gli armadi sensibili"),
il salotto per gli ospiti (Marco Baliani e gli altri) e così via.
Lorenza: "gli ultimi anni sono stati molto fecondi. Abbiamo prodotto
spettacoli molto "leggeri", pensando ai paesi del circondario,
e ci siamo divertiti. Abbiamo fatto spettacoli liberi, liberi anche dal
condizionamento del mercato teatrale. Nel nostro modo di lavorare sono
saltati gli orari, alcuni aspetti si sono fusi tra loro: insomma questo
spazio ci ha messo in una predisposizione più naturale".
È una stanzialità: emotiva, poetica, di stili. La casa offre
una tranquillità creativa, uno sguardo al naturale, la possibilità
di ospitare e di incontrare.
Maurizio: "quella dell'ospitalità è un'idea per noi
molto forte. La foresteria è al centro della casa, che viviamo
come un luogo che deve essere attraversato, visitato. Ma la nostra è
un'ospitalità un po' "contadina": come i contadini anche
noi siamo sempre un po' infastiditi, insofferenti. Quando qualcuno arriva,
dopo l'accoglienza sempre e comunque calorosa e sincera, cerco di defilarmi,
per due o tre giorni. Per un po' si sta "ognuno a casa sua",
perché c'è bisogno di ricreare la calma, la distanza. La
capacità di convivere è anche nell'attesa, nella sensibilità
di stabilire relazioni pacate, naturali. È stata una modificazione
profonda delle dinamiche di gruppo, ma necessaria per uscire dalla situazione
chiusa in cui vivevamo e lavoravamo. Abbiamo passato un momento davvero
incandescente, bastava pochissimo per esplodere. Ora sono migliorati i
nostri rapporti e le economie: la struttura ci lascia liberi, pur facendoci
maggiormente responsabili dei nostri lavori. Ognuno di noi ha la responsabilità
di un settore: Antonio per i tecnici, Luciano delle politiche nazionali,
Lorenza per l'economia e l'ufficio, io per l'organizzazione generale.
Questo essere "contadini" o questo nostro approccio zen ha anche
conseguenze negative: ad esempio non ha valorizzato appieno alcune nostre
realizzazioni artistiche. Il fatto di essere "marginali" ha
fatto sì che non siamo stati oggetto di attenzione da parte della
critica per molti anni. Ancora oggi siamo un oggetto abbastanza sconosciuto.
Ma, d'altra parte, se Antonio, ad esempio, ha trovato un nuovo modo per
rapportarsi al pubblico lo deve anche al modo "contadino" di
pensare il mondo e il teatro".

La semplicità
Antonio: "La semplicità, la necessità: sono parole
con cui tutti, prima o poi, si sono sciacquati la bocca. Ora noi stiamo
scoprendo che non sono solo parole. Le idee più importanti sono
quelle semplici, quelle che nascono dalla "casa", dal quotidiano,
dalle piccole storie di tutti i giorni".
Luciano: "l'immagine che identifica al meglio l'attore è quella
dell'albero: presenza vitale, scosso dal vento, mosso dalle cose che gli
stanno attorno, vivo e non passivo. Ci affascina l'idea dell'attore-albero".
Antonio: "Non ci interessa più l'attore vecchio stile, che
impone la propria voce, la propria autorità, la propria verità.
Serve, semmai, un attore francescano, umile, semplice, che si denuda e
si mette in discussione. Le storie che si raccontano, allora, sono naturalmente
semplici, banali, zen. Non deve essere l'attore ad imporre chiavi di lettura,
metafore e significati: che ognuno, nel pubblico, sia libero di decidere.
Dobbiamo recuperare gli aspetti di istintività, di mistero dell'attore".
Maurizio: "Per me la scena è lo spazio vuoto. Quando penso
ad una scenografia cerco qualcosa che appartenga al teatro, all'eccezionalità
del teatro, ma che consenta l'irripetibilità dell'evento. Penso
a qualcosa che possa bruciare, una volta per sempre. L'attore brucia le
proprie energie, ed anche la scena deve bruciare il proprio essere. Come
accade nei roghi rituali di Valencia, dove si bruciano le "failas",
un rito dal sapore antico, sacrificale, che lascia solo tracce, di cenere,
nella memoria degli spettatori".
Lorenza: "mi affascina pensare di poter superare il personaggio,
per arrivare alla persona, a qualcosa che non è l'attore ma è
un essere nudi, vuoti. Riuscire a far trasparire la persona: mi affascina
scoprire l'attore che si toglie, la tecnica che si toglie, che sparisce,
per far posto a qualcosa di sotterraneo. Nel nostro percorso non abbiamo
mai fatto training, mai avuta una pratica regolare d'attore: la nostra
è sempre stata una elaborazione complessiva della persona. L'evoluzione
dell'attore è l'evoluzione della persona. Oltre un certo livello
di esperienza gli attori migliorano se migliorano le persone".
Un percorso a ritroso: non l'ansia di crescita, semmai una attitudine
al ritorno, un voler abbracciare la semplicità, la quieta calma
dell'albero.

Tra lo scarabocchio
e la linea
Antonio: "vivo tra lo scarabocchio e la linea. La linea è
la perfezione, la razionalità; lo scarabocchio è lo spirito,
l'irrazionale, quel qualcosa che fa perdere l'equilibrio. Una vertigine:
lo spettatore si chiede se ha davanti un attore o un barbone, diventa
difficile capire se c'è o non c'è bravura. Nei miei testi
è sempre presente una parte da farfugliare, da comunicare attraverso
parole non precise: qualcosa da pasticciare, cui segue, subito, una grande
pulizia, il lirismo. Il semplice uso di una tecnica è sbagliato:
occorre invece cercare quei misteri che fanno addentrare in zone di recitazione,
di relazione con il pubblico, che non si conoscono, che non sono predeterminabili.
Poi, ovviamente, so come intervenire, come tornare ad un punto di controllo,
ma si tratta di "improvvisare" così come indicava Gian
Renzo Morteo, che vedeva nell'improvvisazione un punto di arrivo, e non
di partenza. Per improvvisare veramente servono almeno trent'anni di lavoro
sulla persona, non basta un lavoro sul teatro: una visione complessa della
vita. L'improvvisazione nasce, allora, da una relazione intima con l'aspetto
emotivo".
Il lavoro di spiazzamento dello spettatore che fa Antonio Catalano è
davvero sorprendente: la reazione del pubblico, sia esso composto da bambini
o da adulti, è commovente. Si instaura una comunione di sensazioni,
un'emozione infantile e gioiosa invade la platea. Attraverso le evocazioni
degli "armadi sensibili" veri e propri armadi che contengono
un mondo, regalato all'immaginazione creativa dello spettatore-fruitore,
dove la poesia e la semplicità convergono a creare una infinita
gamma di suggestioni o nella ironica e giocosa narrazione della
biblioteca fantastica, fatta con originali libri-oggetti d'arte, o ancora
nelle surreali "creature" che compongono un virtuale ma quanto
mai reale museo immaginario, Catalano compie un'indagine continua, una
esplorazione fatta assieme al pubblico, spettacolo dopo spettacolo. Si
intuisce una grande sapienza attorale, ma anche la voglia di lasciare
quella sapienza, quel "mestiere", per percorrere strade nuove.
Antonio: "mettersi in una condizione di stupore assieme al pubblico.
Il primo che deve stupirsi del teatro è l'attore".

Il pubblico
Gli Alfieri lavorano per il pubblico. Inutile tentare altre strade: il
rapporto con la platea è fondamentale. Sono "teatranti",
nati dalle performance in strada, dove il pubblico lo si sente addosso,
volto contro volto, ad un soffio di distanza.
Lorenza: "non abbiamo mai perso di vista il pubblico nel nostro percorso.
In "Sette volte bosco, sette volte prato" instauro una relazione
diretta con il pubblico, senza passare attraverso alcun personaggio, e
la possibilità di dire cose mie, assolutamente mie, mi pone in
una condizione diversa, emozionante".
Luciano: "non bisogna essere ipocriti e dichiarare di cercare sempre
e comunque un rapporto con il pubblico. Anche il pubblico ha difetti.
A noi serve, egoisticamente, ma nessun attore può essere tanto
ipocrita da affermare di essere al servizio del pubblico. Certo, per quel
che ci riguarda cerchiamo un rapporto più "intimo", più
"ravvicinato", ma perché è così che riusciamo
ad esprimere al meglio il nostro lavoro"
Maurizio: "non c'è "un" pubblico. Non cerco un pubblico
particolare. Esistono delle modalità che riguardano la forma artistica
che un gruppo si dà, che attengono anche al luogo scelto, al tempo
scelto per lo spettacolo, che fanno incontrare determinate persone. Mi
interessano spettacoli pensati per persone che possono essere più
o meno "pubblico", più o meno partecipi o passivi. Mi
interessa molto meno il pubblico del "giro", quello che non
puoi conoscere, con cui non puoi instaurare alcun rapporto"
Antonio: "Dopo tanti anni continuiamo a mettere in discussione il
nostro rapporto con il pubblico. Vogliamo sentir palpitare il pubblico
attorno a noi, sentirlo vicino e fare qualcosa che non sia più,
semplicemente, "lo spettacolo"".

L'incontro
C'è una parola che gira, dolcemente: attraversa le interviste
e le testimonianze degli Alfieri.
Viene pronunciata quasi a mezza-voce, come un qualcosa di intuito ma
non ancora compreso appieno. Come una meta da raggiungere, ma da non
svelare. Sembra quasi che sia una piccola ma ferrea parola d'ordine,
alla quale tutti fanno riferimento. Ciascuno a suo modo, avrebbe detto
Pirandello, eppure è lì: e ritorna spesso.
È una parola-casa, che abbraccia infiniti significati: "incontro".
L'incontro con il pubblico, innanzi tutto, è il nuovo approccio,
un qualcosa che travalica la rappresentazione, che crea comunità.
Incontro con gli artisti, poi, incontro umano, da fare tra le quattro
mura di quella nuova casa-teatro per tentare, assieme, una creatività
"altra", forse più profonda ed autentica.
Antonio: "stiamo lavorando sull'idea di "incontro". Grotowski
diceva che non è il teatro ad essere importante, ma "qualcosa
d'altro". E su quel "qualcos'altro" noi ci stiamo concentrando.
Togliere tutto quello che ostacola la relazione tra te e me, tra il
pubblico e l'attore. Togliere tutte le apparenze, togliere tutto quello
che c'è di mezzo per arrivare al nocciolo dell'incontro. Il valore
dell'incontro è proprio nella qualità del rapporto che
si instaura con il pubblico: l'incontro è selettivo, prevede
anche la possibilità che l'attore scelga di relazionarsi solo
con una parte del pubblico, o solo con qualche singolo spettatore. L'incontro
è fatto di amore, di passione, di scontro, di antipatieŠ".
Luciano: "la peculiarità del teatro è nella sua labilità,
nell'essere diverso ogni volta, nello stare nell'indeterminatezza. Ma
proprio questo lo rende un'esperienza vitale, che cambia una relazione"
Lorenza: "se ogni spettacolo diventa un incontro, allora anche
lo spazio diventa senso: l'incontro avviene se anche lo spazio consente
una effettiva vicinanza, una vicinanza "fisica" ed emozionante
tra attore e spettatore"
Antonio: "l'attore deve inglobare, in senso filosofico, lo spazio
in cui avviene e vive l'azione. Lo spettatore deve avere la sensazione
che quanto sta vedendo sia vissuto dall'attore. L'incontro prevede che
l'attore, in modo umile, smetta di fare il maestro saccente e, insieme
agli spettatori, cerchi qualche verità. E se insieme la trovano,
allora, l'attore entra nel cuore del pubblico, della gente, e il pubblico
entra nel cuore dell'attore. Dobbiamo cercare, allora, di relazionarci
alle comunità: normalmente ci mettiamo in discussione come attori
solo quando entriamo in rapporto con comunità molto determinate,
come quella dei carcerati. In un carcere, infatti, la comunità
riesce a scardinare l'attore. Ma se il teatro può avere, oggi,
un ruolo, è proprio quello di restituire un senso all'idea di
comunità. Le nostre piccole esperienze fatte nei cortili e nelle
aie del Piemonte mi hanno dato questa sensazione: vedevo la gente arrivare,
qualcuno aveva preparato da mangiare, e ho capito che noi non eravamo
"la serata", ma un pretesto, uno dei momenti della serata.
Il teatro deve essere un "momento". Ad un certo punto succede
che una comunità senta il bisogno dell'attore: ed è importante
che l'attore ci sia, che risponda, che entri a far parte di quella comunità.
Per dare un senso a questa poetica dell'incontro, allora, occorre iniziare
lavorando nel proprio territorio, ri-cercando la propria comunità.
Poi si possono scoprire altri territori, ma senza invaderli: l'attore
diventa ospite, ascolta e racconta".
Gli artigiani
La scoperta della poetica dell'incontro passa attraverso scelte radicali.
Lasciarsi andare all'abbandono, all'ascolto, sentire in sé la
presenza, semplice e vitale, della natura, trasformandola in teatro.
Utilizzando anche l'immediatezza di materiali che provengono da quel
mondo. Lo sguardo artistico intuisce e modifica, sfrutta, interviene
e sublima, ma prende le mosse, comunque, dalla disarmante semplicità
del mondo.
Togliere tutto, per tornare.
Antonio: "l'evocazione teatrale passa attraverso la semplicità,
dei materiali e delle costruzioni. Legno, vecchi cassetti, pezzi di
rami, spazzole... Mi porto sempre dietro il mio laboratorio: basta una
pinza e un po' di corda per fare una scultura. All'origine del gioco
e della narrazione c'è l'oggetto, lo sguardo: due pietre possono
fare teatro. È una modalità di racconto primitiva, ma
ricca di fantasia".
Maurizio: "Mi interessano la scenotecnica, il mondo del "decòr",
la cartapesta, la macchineria teatrale, le attrezzature, le cantinelleŠ
Mi affascinano le antiche macchine teatrali. Guardo al Bauhaus, al design,
ai lavori di Le Corbusier, di Alvar Aalto, con il suo approccio artigianale
legato alla utilizzazione del legno. I miei progetti, allora, cercano
di coniugare la materia al rigore delle linee: e sono materie primarie,
come carta, stoffa, pietre. Ma non sopporto la finzione dei fondali
dipinti".

La struttura
Dunque, la casa al centro di un mondo teatrale. Casa che influisce,
modifica, indica, dà ispirazioni e consigli. Sembra che la scelta
degli Alfieri, forse inconsapevole, stia connotando un nuovo modo di
vivere il teatro. Ed è un dato di fatto che questa ritrovata
armonia sia comunicativa. Gli artisti che arrivano sulla collina di
Castagnole Monferrato lo sentono, vivono nella piccola oasi della Casa
degli Alfieri con generosa gratitudine: cercano di comunicare, di trasmettere
l'entusiasmo per questa accoglienza, "contadina" è
vero, ma senza dubbio rinfrancante.
E la Casa degli Alfieri ha segnato non solo una svolta artistica, ma
anche una nuova fase organizzativa e strutturale della compagnia.
Maurizio: "Cerchiamo una struttura economica più leggera,
pensando alla creazione di una sorta di "centro di servizi"
per gli artisti che abbiano sempre e comunque piena libertà e,
allo stesso tempo, piena responsabilità. Credo, comunque, che
ci si trovi di fronte ad una situazione dalle grandi possibilità.
Potremmo mettere in campo più cose, più persone: la casa
è un contenitore che può ancora essere riempito, è
un luogo che può essere "enorme", una vera e propria
multinazionale europea del teatro, luogo di pensiero e progettazione"
Luciano: "Anche dal punto di vista amministrativo abbiamo fatto
profonde modificazioni. Abbiamo infatti diviso la nostra struttura in
due componenti separate. Da un lato una Società in nome collettivo,
che vive per la proprietà dell'immobile, dall'altro la cooperativa
artistica. La S.n.c. è stato il punto d'arrivo del gruppo che
ha costruito la Casa degli Alfieri. La cooperativa, invece, è
aperta, ha una sua vita: possono entrarvi anche altre persone, può
diventare patrimonio di altri. Abbiamo, insomma, voluto aprire le porte
ad percorsi che non siano solo nostri: ecco Marco Baliani, Gigi Gherzi,
Roberto CoronaŠ Chi si considera un teatro a vocazione pubblica deve
essere disponibile a mettere in gioco le proprie direzioni artistiche:
nel nostro piccolo, allora, cerchiamo di sostenere che la Casa degli
Alfieri non sia più solo nostra, e la cooperativa si apre elasticamente
a nuovi soci. Io ho avuto difficoltà a concepire questa scissione
tra s.n.c. e cooperativa: ero restio ad accettare queste modalità
di gestione, pensavo che non avessimo capacità nella gestione
economica, temevo una fuga generale, un fallimento. Devo riconoscere,
invece, che questa formula sta funzionando".

Il vino e la terra
C'è una parte, nella casa, di cui gli ospiti vanno particolarmente
fieri: è la cantina. Si vedono ancora le tracce del vecchio edificio
settecentesco. Si sente quel profumo speciale che solo le vere cantine
hanno. Le bottiglie sono lì. Una candela ad illuminarle. Rigorosamente
vino rosso.
Il vino, da queste parti, ha un valore diverso: una bottiglia non serve
solo ad accompagnare un piatto. No, in ogni bicchiere c'è una storia,
un percorso, un lavoro. Il lavoro dei contadini, la fatica. Il sapore,
il colore, quel retrogusto particolare sono frutto di una lunga tradizione.
A Castagnole Monferrato c'è il Ruché, è un bel vino
rosso, tondo. Saporito. Poi ci sono le grappe, che hanno un'altra storia.
E le cantine.
Dietro le bottiglie si parla, si racconta. Nasce un piccolo teatro. Un
teatro che ha quello stesso sapore, quel colore rosso sanguigno, quella
memoria antica di terra e fango.
Il fango dei pantaloni: la piccola striscia di fango che rimane tra la
caviglia e il polpaccio.
Dopo qualche tempo, quando si torna alla Casa degli Alfieri perché
è un luogo dove "si fa ritorno" si scopre come.
Semplicemente salendo o scendendo dalle macchine, spesso infangate, si
sfiora con la gamba la struttura metallica della Panda di Lorenza, della
Skoda di Luciano, del furgone di Antonio, dell'Alfa di MaurizioŠ E le
automobili, anche loro abitanti della casa, fanno da tramite con la terra,
con il fango.
Resta quel piccolo segno. Un po' come, tornando dal deserto, troviamo
la sabbia levigata ovunque, negli abiti e nelle borse. Così alla
Casa degli Alfieri, troviamo la terra, con la sua poesia antica e contadina,
un po' ovunque.

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