al violino: Claudio Rossi
alle percussioni: Alberto Parone
voce via etere di Umberto Broccoli
video realizzato da Federica Parone
scenografia: Francesco Fassone
fotografie: Mara Mayer
regia: Luciano Nattino
produzione: Casa degli Alfieri
scheda artistica
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Quante volte Giorgio Conte, nella sua “vita al gusto di tutto”
ha incrociato quel “sentimentale giovine romantico” di Gozzano…
Quante volte nelle stagioni di mezzo, tra l’incerto incedere del
tempo, a passeggio da solo o con i cani, gli son tornate alla mente
quelle rime ingenue e pensose, studiate al liceo: “Viaggio con
le rondini stamane…”/ “Dove andrà?” –
“Dove andrò? Non so…Viaggio. / Viaggio per fuggire
altro viaggio…/ oltre Marocco, ad isolette strane…”,
rime e pensieri di “quell’essere vivente detto guidogozzano”.
E così, dopo tanti anni di nascoste frequentazioni, Giorgio Conte
si è deciso a comunicare al mondo questa fratellanza, questa
sodale amicizia con il “poeta delle farfalle”.
Ed è nato questo spettacolo/colloquio tra i due, fatto di parole
e note, in cui Giorgio dà musica a diverse poesie di Gozzano
intrecciandole con alcune sue canzoni che bene dialogano con le prime.
Come tra antichi compagni di giochi o di scuola emergono così
continui accostamenti tra il mondo del poeta torinese e il mondo del
cantautore astigiano: mondi fatti di lievi emozioni e di sguardi disincantati,
legati a ricordi, a oggetti, a fatti, a uomini e donne (soprattutto
donne), tutti rievocati e colti nella loro dimensione di immagini svanenti,
“fatte sorelle dal non esser più” o del “non
essere ancora”. Proprio come nelle passeggiate tra i boschi del
Monferrato o del Canavese, quando l’autunno non è più
ma non è ancora l’inverno gelido, o quando l’inverno
già trascolora ma non è ancora primavera.
Tra le intonazioni giocose e quelle un po’ più serie vien
fuori, a scavalco tra i due colloquianti e appartenente a ciascuno di
loro, l’idea di una vita continuamente sognante e sognata, tra
desideri vietati e passioni sopite, tra derisioni e stupori, tra ciò
che si “finge d’essere” e ciò che realmente
si è.
Un’ora e un quarto di lievità, di immagini appena afferrate
e poi lasciate, di frasi e refrain che torneranno di nuovo, alla mente
e nel cuore, una volta usciti da teatro.