spettacoli

 

Corpo di stato
Il delitto Moro: una generazione divisa

Casa degli alfieri
Trikster teatro
Creazione 1998
In collaborazione con RAI 2

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di e con Marco Baliani
regia: Maria Maglietta
collaborazione drammaturgica: Alessandra Rossi Ghiglione
momtaggio video: Michele Buri
ricerca iconografica: Eugenio Barbera
cura della produzione: Maurizio Agostinetto

Si ringrazia per la collaborazione Felice Cappa


Quanto a lui, bisognava che l'ascoltassero perché
credesse alla propria vita.
Albert Camus
14030 Castagnole Monf.to(AT)
Italy - Loc. Bertolina 1
tel. 0141 292583
fax 0141 292572

 


Chi ha visto e ascoltato un'altra mia narrazione, il "Kohlhaas" tratto da Kleist, potrà meglio comprendere le ragioni di questo "Corpo di Stato" e il filo che li lega, poiché il tessuto è lo stesso: il rapporto conflittuale tra esigenza di rivolta contro l'ingiustizia e assunzione del ruolo di giustiziere.
Ma questa volta non siamo nella Germania del 1500, ma nel nostro passato prossimo, solo vent'anni fa. È sempre stato difficile raccontare qualcosa che si è tanto vicino, specie se quel qualcosa ha inciso profondamente sulle nostre esistenze e sulle nostre scelte.
La materia è ancora così pulsante e non dipanata dalla lontananza, che si rischia allora di leggerla col senno di poi, filtrandola e mettendola a distanza di sicurezza.
Ho cercato allora di ritornare laggiù, in prima persona, ricordandomi di me in quei giorni, trovando nelle mie esperienze di allora quelle "piccole storie" che sole possono tentare di illuminare la Storia più grande.
Ho ripercorso momenti dolorosi senza perdere però le atmosfere di quegli anni, gli entusiasmi, i paesaggi metropolitani, le contraddizioni.
Nei 55 giorni della prigionia di Moro ho raccontato di una lacerazione, di come il tema della violenza rivoluzionaria abbia dovuto fare i conti con un corpo prigioniero, e come questa immagine sia divenuta via via spartiacque per scelte fino ad allora rimandate, abbia fatto nascere domande e conflitti interiori non più risolvibili con slogan o con pratiche ideologiche.
Ho raccontato le mie storie, prima ancora che su un palco teatrale, davanti a una telecamera; l'emozione della diretta televisiva è cosa diversa dall'eccitazione inquieta con cui ogni volta entro in scena a narrare.
Ora torno sulle tavole di legno a me care, non devo più cercare l'occhio di una telecamera, ma gli occhi di spettatori in carne e ossa; non sarò né personaggio, né narratore esterno, questa volta, ma io stesso narrante, un'esperienza nuova, una messa in gioco del personale, una dichiarata visione soggettiva di quegli anni.
Amici, compagni, avversari, potranno avere i giusti motivi per non essere d'accordo o per trovare identità; per quelli che non c'erano, i giovani d'oggi, sarà come visitare un mondo che appare tanto lontano, quasi incredibile; spero che per tutti, come è già accaduto dopo la trasmissione televisiva, scatterà il desiderio di parlare, di contraddire con altri racconti: è un modo di uscire allo scoperto, di raccontarsi agli altri, di rievocare quei tempi difficili e densi.
Quando si esce da momenti e tempi in cui la vita è stata pregna di avvenimenti, quando il vivere è sembrato intenso anche nel dramma, dopo, col tempo, ci si sente sempre un po' stranieri, come reduci, testimoni di eventi troppo densi per essere dipanati. Camus dice: "Non essere ascoltati: è questo il terribile quando si è vecchi".
Il narratore compie sempre questa sfida, straniero nel tempo cerca di vincere con il racconto la vecchiezza che stende sulle cose del mondo un manto spesso di oblio.

Marco Baliani



Note di Regia

Lavoro da 25 anni con Marco Baliani, a volte come drammaturga, a volte come attrice, in questo caso come regista.
Nella nostra idea di teatro c'è una stretta relazione tra i vari elementi che compongono e determinano la creazione teatrale.
Si delinea un'ipotesi drammaturgica, spesso preceduta da una ricerca letteraria, tematica; in forma di canovaccio, di domande che il regista pone, di improvvisazioni, questo materiale viene passato all'attore, lievita, ritorna, nello scambio continuo sviluppa strade possibili.
Comincia così a disegnarsi una possibile "mappa", così la chiama Marco, fatta di crocicchi, luoghi da visitare, territori ancora da esplorare e soprattutto strade diverse tutte possibili per raggiungere luoghi individuati.
Lo spettacolo che ne scaturisce è una delle possibili strade individuate per percorrere luoghi tematici che si vogliono visitare.
Nel caso di Corpo si Stato, questo lavoro già complesso è stato caratterizzato da una particolarità: stavamo creando uno spettacolo teatrale, che però avrebbe visto il suo debutto in una diretta televisiva. Rai Due l'avrebbe mandato in onda dai Fori Imperiali di Roma la sera del 9 maggio.
Definire teatralmente il racconto per poi immediatamente tradurlo, perché potesse avere un'efficacia attraverso un mezzo "altro", tenendo conto dei tempi, dei ritmi, della sintesi, nonché dei vincoli tecnici imprescindibili in una comunicazione televisiva.
Quando in autunno, dopo il successo televisivo, abbiamo ripreso il lavoro per portarlo finalmente in teatro, la prima sensazione è stata quella di sentirmi padrona del tempo.
Mi sono sentita accolta dal respiro più ampio che ha il tempo in teatro, e nella struttura già configurata si sono aperti spazi di approfondimento, il disegno drammaturgico si è ridefinito.


Questione di secondi, a volte, o di minuti, indugiare su una domanda di non facile risposta, il poter ritornare su certi concetti condividendo con lo spettatore quel tempo.
E' andata via una parte di testo, che se necessario pensando al grande pubblico della diretta, non lo è più in teatro, dove fra il narratore e il pubblico c'è una maggiore affinità, una relazione più "intima" e condivisa.
Del lavoro televisivo sono rimaste delle indicazioni preziose. Nella trasmissione c'erano degli stacchi di quindici secondi, un montaggio di immagini di quegli anni su un sonoro tratto da telegiornali, comunicati radi di quei giorni, frammenti di musica di quegli anni.
Immagini non didascaliche che avevano più che altro la funzione di attivare una "memoria emotiva" anche in chi allora non c'era.
Nello spettacolo teatrale le immagini sono rimaste, come un contrappunto visivo e sonoro alla parola del narratore, si è modificata la loro durata, la dimensione, il ritmo.
Sul grande schermo di fondo, sono anche un po' "la grande Storia" da cui il narratore esce ed entra.
Dirigere un narratore in un racconto è cosa diversa che dirigere un attore in un monologo.
Un vero narratore, quando è tale, ha un modo d'essere sulla scena che appare del tutto organico, come se tempi, ritmi e gesti appartenessero a un "sapere" dove le tecniche affabulatorie sono state interiorizzate al punto da divenire "naturale" veicolo di quell'espressione.
Allora la funzione del regista in quella parte che riguarda la direzione dell'attore, è qualcosa che assomiglia a far volare un aquilone: bisogna corrergli dietro, stare insieme a lui col vento per farlo volare più alto, tenere un filo sottile che possa richiamarlo a terra e necessario, per evitare che si impigli o si perda.

Maria Maglietta


All'origine di questo spettacolo c'è una richiesta esterna alle ragioni del teatro. Vent'anni dopo la sua morte, il 9 maggio del 1998, la televisione pubblica vuole ricordare in modo diverso Aldo Moro e lo chiede a un attore narratore. Come si fa a raccontare di Moro?
Moro, anzi come si dice, "il caso Moro" è forse e per molti aspetti insieme, da quello giudiziario a quello politico da quello culturale a quello sociologico, il passaggio più drammatico e deciso per l'Italia dopo la fine della guerra. Il materiale di documentazione è infinito, gli elementi contraddittori tanti quante le zone oscure.
Ad uno dei primi incontri di lavoro, con il tavolo ingombro di libri, giornali, videocassette, dopo aver lungamente dibattuto sulle ipotesi drammaturgiche e il punto di vista da tenere, chiedo a Marco Baliani: "Ma tu come ricordi Moro?" Dalla memoria affiora prepotente l'immagine di un corpo ritorto nel bagagliaio di una macchina. Per il resto Moro è un volto come tanti, anzi meno evidenti di altri.
Un nome che in manifestazione si grida meno'.
Le manifestazioni con quel misto di giovanile baldanza e di latente aggressività, ancora un po' di quell'atmosfera di trasgressione creativa del Sessantotto insieme alla più recente durezza delle rivendicazione politiche. ...e così, naturalmente, nei ricordi di Marco il racconto fluisce attraverso le immagini di quegli anni, pieni di vitalità e di contraddizioni. Prima che la morte di Moro sequestrasse ogni parola. Così chiacchierando, diventa chiaro che è dentro l'autenticità della narrazione autobiografica che è possibile interrogarsi sulla verità storica del "caso Moro".
I morti di via Fani, i volantini, le immagini di Moro prigioniero, le dichiarazioni dei politici, gli appelli dei familiari, le prese di posizione dei politici, gli appelli dei familiari, le prese di posizione dei sindacati e della società civile, le indagini, i sospetti, i covi, le lettere di Moro, tutto quello che è stato detto nei quattro processi e della ricostruzione storiche, questo che nel mio lavoro di drammaturga ho raccolto e letto, tutto questo non si può raccontare. Forse è semplicemente impossibile, o forse tocca ad altri.



Per noi bisogna partire da lì: dall'emozione di quel corpo sacrificato più forte di ogni altra parola, da quell'immagine così impressa nella mente da non poterla neppure mostrare. Come se oggi l'unico atto di giustizia da compiere col teatro fosse, per chi come Marco Baliani ha vissuto dentro le contraddizioni di quegli anni, riprecipitare dentro a quell'orizzonte confuso di forti tensioni ideali, di violenza collettiva, di assolutismo ideologico, di giovanile desiderio di avventura e raccontare non di Moro, ma di sé e di cosa sia stato per una generazione l'uccisione di Aldo Moro.
Così la narrazione ha ritrovato, oltre l'occasionalità televisiva, la sua ragione più profonda che non è tanto la necessità di salvare dall'oblio la verità storica o di comunicarla in modo avvincente per il grande pubblico, ma la necessità attraverso il racconto di fare esperienza delle lacerazioni profonde che segnano la storia personale dentro all'orizzonte della grande Storia e leggerle alla luce dei cambiamenti, anche profondi, che queste hanno generato, con il coraggio però di restituirli così quei giorni, con il loro drammatico disorientato tra euforia, ferocia e pietà.
Ho lavorato diverse volte con Marco Baliani e Maria Malglietta, ma ,ai come in questo lavoro è stato forte la dialettica tra le nostre diversità generazionali e culturali alla ricerca di una verità personale di racconto che coniugasse oggettività storica e soggettività del vissuto.
A chi, come me, quegli anni non l'ha vissuti direttamente, a chi è venuto dopo, a chi ha maturato la propria esperienza adulta in un orizzonte culturale profondamente diverso, la memoria di quel vivere dentro a un ordine violento del mondo suscita pietà e terrore, come assistere a una tragedia greca.

Alessandra Rossi Ghiglione

Un po' dopo il piombo

Nel 1978 avevo vent'anni, e non permetterò mai a nessuno di dire che è la più bella età della vita. Per accorgermene, non ho avuto bisogno di arrivare fino a Aden, Arabia.
Mi sono bastate le strade e le piazze della mia città, Milano, Italia, come avrebbe titolato la televisione.
Era un periodo cupo, angosciato, di una violenza assurda che ti entrava nell'anima.
E' vero, la violenza e la rivolta possono dare l'ebbrezza, una vertigine d liberazione, ma ormai quell'allegria distruttiva aveva lasciato posto a una rabbia disperata, sorda come il dolore, guizzante come una serpe.
Subito dopo il sequestro di Aldo Moro la sinistra e i sindacati scesero in piazza "per Moro". All'improvviso vidi tutto come da lontano, come se fossi stato risucchiato altrove, a una distanza infinita, e la cosa non mi riguardasse più. Un presagio: "Ecco, è finito tutto". Per un attimo quel vuoto desolato, il deserto delle speranze, è stato attraversato da un lampo sottilissimo di assoluta, purissima ilarità. Perché? Quando pensavo a quel "tutto" che era appena finito, pensavo più o meno a quanto di buono e di bello potevo aver sperato nell'adolescenza, alla sete di verità e giustizia, agli entusiasmi del cuore e della ragione.
Pensavo a quel "noi" nel quale avevo cercato di perdermi, sacrificando la parte più grande possibile del mio "io". Lo slancio che mi aveva, che ci aveva appassionato tutti, a migliaia, coinvolto, trascinato, travolto, non aveva più senso.
Era stato pervertito, senza che fosse possibile capire come, e da chi.
Un'identità collettiva - che poteva essere stata solo un'illusione ottica - stava rovinosamente implodendo.
In quei mesi, l'illusione di allargare la coscienza si stava ribaltando nell'instupidimento dell'eroina.
La speranza di una qualche redenzione collettiva attraverso la politica si era ridotta alle esecuzioni a sangue freddo, ai rituali della latitanza che ti rendono sempre più simili agli sbirri, ai proclami fatti trovare nei cestini dell'immondizia.
Già da tempo avvertivo - pur senza capire - che erano stati imboccati troppi vincoli ciechi, e che per uscire sarebbe stato necessario percorrerli fino in fondo, e poi attendere a lungo.
Qualcuno ha cercato rifugio in qualche ghetto, per resistere in attesa di tempi migliori.
Ma per me quell'istante di ilarità senza senso era la consapevolezza del disastro alla fine accaduta, forse l'allegria del naufragio.
"Ecco, è finito tutto". Parlano solo le armi, la violenza, la forza. E lutti, sofferenze che non si possono risarcire. Il resto, come alla fine di una tragedia, è silenzio.
Avrebbe dovuto essere silenzio. Tuttavia in questi anni i "combattenti" dei due fronti, quelli che occupavano la scena in quei giorni fatali, hanno parlato, eccome. Del "caso Moro" si è continuato a discutere con fragore e scambi, in interminabili processi (tanti che ne abbiamo perso il conto) e scaffali di libri, tra pseudo-verità che sembrano salvacondotti e verità che suonano come ricatti.

Per altri - per quelli che non avevano nulla di cui pentirsi - è iniziata una traversata nel silenzio: perché intanto si trattava di andare avanti a vivere, senza più alcun bagaglio. Le utopie - le nostre utopie e i nostri sogni - erano già cadaveri.
I corpi, i volti, gli affetti sparivano, morivano. Si allontanavano. Non li ho più visti, gli amici di allora. Il cinismo può essere la lama della salvezza? A quale prezzo?
Una generazione - la mia - si autodistruggeva (Anche questa confessione rischia di essere solo un altro sfogo autolesionistico, una dichiarazione di duplice colpevolezza per aver condiviso e mai rinnegato molti degli ideali degli assassini di Moro e per non averne saputo impedire la deriva crudele; e per esserci poi rassegnati, con maggiore o minor dignità, a un potere infettato da corruzione, ricatti e stragi - quel Palazzo che i brigatisti stavano grottescamente processando, senza capire o fingendo di non capire).
E' così che ci siamo trovati ad abitare quel deserto, a farne la nostra casa. Come talismano, un verità muta,
che non era quella delle sentenze e dei misteri, dei torbidi dossier, ma quella - insieme - della biografia e della
storia. Ce la saremmo portata dentro sempre. Tornare a quegli anni, per che li ha vissuti, vuol dire riaprire vecchie ferite, parlar di sé prima della cronaca, o della storia. Vuol dire ridurre la politica a un vissuto personale. Vuol dire parlare, prima di tutto, del proprio "romanzo di formazione" doloroso e incompiuto (E' quello che mi viene istintivo quando ho iniziato a pensare a quel periodo della mia vita: aggiungere un mio racconto a quelli di Marco, raccontare la mia storia, il mio punto di vista, per quanto parziale, discutibile, per qualcuno forse offensivo).
Siamo stati temprati nel piombo, nella sua opaca pesantezza, nella sua ributtante malleabilità.
Metallo tossico e povero, il piombo fonde a una temperatura piuttosto bassa: molto di quello che iv era incastonato di è bruciato, volatilizzato. Noi siamo le scorie. Poi sono venuti i "dorati anni Ottanta", televisivi e senza pensiero, ricchi e pure corrotti (si portavano dentro tutto quel sangue nero). Molto di quelle storie si sono ricoperte di un patina luccicante.



C'è disagio a raccontare quelle storie. Un po' perché fa ancora male, e perché c'è la paura di non essere capiti: da chi li ha visti ma non li ha vissuti, e anche dai più giovani, perché magari sognano che possa essere stato un tempo di entusiasmo, ribellione e felicità.
Non c'è stato niente di eroico o di romantico. Neanche la miseria di essere sopravvissuti, neanche la soddisfazione meschina di poter ripensare, la notte, a tutto questo. Ai morti, alle vittime, a chi marcisce in galera, a chi ha tradito l'amico...
Perché raccontarla, allora, questa verità così dolorosa, che ha l'odore della morte? Forse perché in quelle vicende c'è un segreto - il nostro segreto, le cicatrici che ci portiamo dentro, quelle che ci hanno fatto diventare quello che siamo, con le nostre durezze, debolezze, cautele, sensibilità. I pudori di chi era stato gioiosamente sguaiato e che poi ha faticato per ritrovare le parole. E' stata un vicenda atroce. Il tentativo di dar forma alla nostra ribellione e alle nostre speranze si era trasformato in un incubo.
Che cosa c'è di romantico in questo? E' il nocciolo di una tragedia, uno di quei momenti d'orrore che la memoria non può' accettare, e che cerca di relegare tra i brutti sogni, magari inventandosi un'altra realtà - facendo slittare in un altrove la geografia dell'utopia (In Itali un'intera generazione teatrale è nata "un po' dopo il piombo", dai Magazzini - "troppo giovani per il "68, troppo vecchi per il "77" - alla Gaia Scienza, dalla Raffaello Sanzio a Santagata e Morganti, da Marco Paolini a Marco Baliani, dal Teatro dell'Elfo a Paolo Rossi, e mi ci metterei anch'io: si trattava insieme di esorcizzare quell'incubo e trovare una via d'uscita, e al tempo stesso preservare un qualche fedeltà a se stessi e alle proprie esperienze).
Allora, raccontare oggi quello che hanno significato le settimane del sequestro Moro vuol dire farsi violenza per raffermare la propria dignità, regolare n conto aperto con noi stessi. Di fronte a un parte della nostra vita, ci siamo trovati soli - soli con quelle settimane, di capire i nostri stessi gesti e atteggiamenti, pesare frasi che fino ad allora ci sembravano naturali, "innocenti".
Ecco, questa solitudine è stata per molti un compagna fedele.
E forse il motivo più vero per rompere il silenzio è scoprirsi, a un certo punto, insieme figli e padri (magari figli ribelli e padri mancati). A quel punto i conti non è più possibile farli da soli.
A quel punto quella vicenda privata e personale deve tornare a essere pubblica. E' per questo che ora, forse, il delitto Moro - il culmine delle infami tragedie civili dell'Italia del dopoguerra - può diventare teatro.

Oliviero Ponte di Pino



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