testo
e regia di Luciano Nattino
musiche originali di Paolo Conte
scene di Eugenio Guglielminetti
con gli attori/cantanti/danzatori:
Massimo Barbero, Patrizia Camatel,
Fabio Fassio, Chiara Magliano, Carlo Nigra
regista
assistente: Esther Ruggiero
costumi: Elena Bovolenta
produzione musicale: Tiziano Villata
rielaborazione scenografica:
Francesco Fassone, Alice Delorenzi - Officina dello Spettacolo
produzione:
Casa degli Alfieri - Teatro degli Acerbi - Asti Teatro 29
in collaborazione con la Fondazione E. Guglielminetti – Centro
di Studi Teatrali e d’Arte Fugurativa
scheda
artistica in PDF |
promo
video |
Un
progetto prestigioso: il riallestimento di "Scaramouche”
,
lo spettacolo "storico" del Mago Povero (oggi Casa degli Alfieri)
del 1983, che allora fu coprodotto con Asti Teatro 5 per poi effettuare
una lunga circuitazione nazionale ed internazionale.
”Scaramouche” porta ancora la firma di Luciano Nattino,
regista e autore del testo (con il quale gli Acerbi perseguono da anni
una fattiva collaborazione) ed esso vuole essere soprattutto un omaggio
a Eugenio Guglielminetti, che ideò la bellissima scenografia
e i magnifici costumi, il primo lavoro di un fruttuoso sodalizio, e
a Paolo Conte che di “Scaramouche” scrisse le musiche originali
ed è tuttora disponibile ad una ulteriore collaborazione in merito.
La
recente scomparsa di Eugenio Guglielminetti (che per il Teatro degli
Acerbi ha rappresentato un fondamentale punto di riferimento artistico
oltre che umano) ha portato alla decisione di realizzare questo progetto
in sinergia con la Casa degli Alfieri, riprendendo sotto la supervisione
della Fondazione Guglielminetti e di Giuseppe Orlandi i progetti delle
scene e i costumi originali affidandoli alla realizzazione di Francesco
Fassone, artista emergente, per anni collaboratore di Guglielminetti.
“Scaramouche”,
come una piccola e ripetuta esplosione.
Nel nome stesso si sente un fragore giocoso in cui si indovina il gioco
fonico dell’allusione goliardica. C'è lì un richiamo
ventresco ai famelici zanni, demoni della fertilità, sempre alle
prese con un irraggiungibile banchetto. E c’è, registrato
in memoria, uno Scaramuccia spadaccino che libera sempre qualche Isabella
nel cuore delle strade.
C’è, soprattutto, un riferimento preciso allo “Scaramouche”
di Tiberio Fiorilli, maestro di Molière, “mimo grandissimo”,
capocomico di una troupe dell’Arte che tanta fortuna ebbe in Francia
e alla corte di Luigi XIV.
La storia del nostro “Scaramouche”
si svolge intorno agli anni ’40 del secolo scorso ed è
quella di una compagnia di teatro da cortile e da «recita per
le truppe» (in cui Totò e i Fratellini avrebbero trovato
posto), con i conflitti interni, gli sconvolgimenti derivanti da nuovi
arrivi, gli intrecci tra vita e teatro, le delusioni e le speranze.
Un gruppo di guitti con tutto il bagaglio della tradizione, guidati
da un dissacrante attore/regista, dal nome d’arte «Scaramouche»,
costruttore di maschere e ideatore di numeri teatrali, con il sogno
di un grande varietà da realizzare ma costantemente alle prese
con i problemi dei soldi, dell'amore, dell’arte comica e quella
di arrangiarsi, così tanto « molièriano» da
ricordarci Arpagone, Alceste, Sganarello.
Egli possiede tutto il mestiere dei suoi predecessori e con questo adatta
le pièces al pubblico del caso, con la trasgressione del lazzo
mimico, del gesto surreale, del balletto comico.
Il nostro «Scaramouche»
vuole partire da qui, da questa ripetuta iniziazione, da questo inventarsi
volta a volta di fronte al mondo; un mondo guasto, guastato dalla guerra
e dal denaro, in cui tuttavia Scaramouche e i suoi tengono fede all’arte
scenica e ai suoi valori.
Sinossi
All’apertura della scena la giovane Aurelia
sta sostenendo un provino per entrare nella compagnia del grande capocomico
Scaramouche; è lei che conduce lo spettatore alla scoperta di
questo scalcinato gruppo di teatranti, che in tempo di guerra si guadagna
di che vivere tra una recita per le truppe e un nuovo espediente per
procacciarsi un tozzo di pane. Anzi, un piatto di spaghetti, piatto
sempre troppo piccolo per sfamare tutti. La giovane, che si rivela anche
una buona cantante, porta da subito scompiglio nel gruppo di artisti,
conquistando il cuore di Scaramouche e dell’attor giovane Leandro,
e provocando la gelosia della primadonna Odette, attrice un po’
attempata che arrotonda i suoi magri incassi intrattenendo privatamente
qualche abbiente signore. Nonostante gli inevitabili screzi, le delusioni,
le ristrettezze, la compagnia è per ciascuno di loro una famiglia,
e un luogo ideale ove si realizza l’arte, la poesia; è
l’Arca di Noè costruita nella scena finale, che li salva
dal “diluvio” del tempo che si trovano a vivere; e nessuno
riesce a distaccarsene. “In fine chi rimane? Noi, i costruttori
dell’Arca…”