Sette volte bosco, sette volte prato

 

Storia del dialogo fra gli uomini e le piante.

Mille e mille e mille anni fa, quando il gelo artico cominciò ad espandersi verso sud , le foreste che ricoprivano gran parte dell'emisfero nord della terra scomparvero sotto le lastre di ghiaccio che avanzavano come alghe trasportate da una lunga onda lucente.
Mille e mille e mille anni più tardi, quando la terra si riscaldò e regredirono i ghiacciai, le foreste rispuntarono all'improvviso, come se avessero semplicemente passato tutto il tempo in letargo: una spontanea generazione di vita ricominciò, vita di alberi, di fiori, d'insetti.
Molte volte il gelo camminò verso sud, molte volte ritornò verso nord e ogni volta che i ghiacciai si ritiravano le foreste tornavano a colonizzare la terra.
L'ultima volta, forse quindicimila anni fa, quando il ghiaccio si sciolse, e si sciolse per cinquemila anni, cominciò per la terra un nuovo periodo, più caldo, che noi conosciamo, perché ancor oggi perdura. Ma per i nostri antenati fu la catastrofe. La terra si riscaldava, lentamente, costantemente, e cominciò a piovere, e pioveva e pioveva sempre più forte e non smetteva mai ...finchè ...

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" .. Eruppero tutte le sorgenti del grande abisso e le cateratte del cielo si aprirono
... le acque del diluvio furono sopra la terra per quaranta giorni
...le acque crebbero
.. e divennero poderose
.. e crebbero molto sopra la terra
.. e si innalzarono sempre più
.. e coprirono tutti i monti più alti che sono sotto tutto il cielo
..e le acque superarono in altezza i monti che avevano ricoperto
..e le acque restarono alte sopra la terra centocinquanta giorni"

e, dopo il diluvio, potente, inarrestabile risorse la foresta.
A distanza di millenni, è difficile per noi immaginare fino a che punto il ritorno delle foreste sia stato un cataclisma per i nostri antenati dell'età della pietra, loro che durante l'ultima glaciazione si erano evoluti in una specie straordinaria: una specie di predatori legata per la sopravvivenza alle grandi mandrie che erravano per le sconfinate tundre dell'Europa.
Con l'arrivo del nuovo periodo più caldo, tutto mutò intorno a loro.
Quando le mandrie abbandonarono le fitte foreste, divenute inospitali, molte tribù morirono di fame; alcune seguirono gli animali che si spingevano sempre più a nord; altre ancora riuscirono ad adattarsi perché adattarsi era la più grande, enorme capacità della nostra specie, che così compì una delle sue più grandi rivoluzioni, la rivoluzione della pietra nuova: inventò modi per migliorare e controllare o, meglio, addomesticare le leggi della profusione vegetale. Cominciò a coltivare, e coltivare divenne il suo modo di vita.
Era nata l'agricoltura, e l'agricoltura mentre addomesticava la legge della vegetazione, addomesticò anche l'uomo che viveva grazie ad essa. Ma di quella foresta, di quell'inizio per sempre l'uomo conserverà memoria nei suoi miti più antichi. E ancor oggi nel più profondo di noi stessi sappiamo che nel mondo che noi calchiamo, prima era la selva.


"Sette volte bosco, sette volte prato, tutto tornerà come era stato"

----- (la mia casa)

La prima volta che ho visto la mia casa era piena di alberi. C'erano ciliegi, gaggie e un sambuco bello alto che usciva da un tetto sfondato. La casa è in cima ad una collina , vicino a Castagnole Monferrato, ed era stata abbandonata per trent'anni. C'erano grandi buchi nel tetto, i muri erano crepati, non c'erano più finestre e dappertutto si arrampicavano le viti inselvatichite, dentro e fuori da ogni buco. La prima volta, per entrare abbiamo dovuto tagliare e strapparne bracciate. E dentro c'erano gli alberi, e fra le crepe del pavimento, anche le viole.
Davanti alla casa c'era una siepe di bosso vecchissima che aveva fatto dei tronchi grossi così, e due alberi altissimi, almeno venti metri, ma non si capiva quasi cosa fossero perché erano coperti dalle viti che arrivavano fino in cima. In mezzo alla siepe un passaggio con tre gradini di pietra che portavano ... a una massa impenetrabile di piante.
Ci avevano detto che lì una volta c'era stato un grande prato tagliato nel mezzo da una lunga "topia" coperta da moltissime qualità diverse di uva da tavola, e sui due lati decine e decine di alberi da frutto di tutti i tipi, anche quelli che oggi non si trovano più ... Ma quando siamo arrivati noi non si riusciva a fare neanche un passo oltre i gradini, tutto era fitto e spinoso e noi non potevano fisicamente penetrare in quel muro di piante che io non sapevo ancora distinguere una dall'altra, perché non sapevo i nomi.
Quel signore che ci ha venduto la casa parlava una lingua che io ancora non capivo, ma mi ricordo una parola che tornava spesso nel suo discorso "gerbido" "gerbido" ... quando la diceva scuoteva la testa..." il gerbido si mangia tutto".
Noi di casa mia siamo quattordici, quasi tutti teatranti, con gli annessi e connessi, tutti cittadini, ma bellicosi. E allora abbiamo comperato delle roncole, delle accette e dei picconi e abbiamo cominciato a tagliare, a tagliare dai gradini in avanti, per entrare lì dentro e vedere com'era la nostra terra. E ci siamo punti e graffiati e fatti male alla schiena e dopo una settimana ... avevamo fatto tre metri. E poi è passato di là un contadino, un nostro vicino che già da qualche giorno ci guardava da lontano, e si è messo a ridere, e ha detto che se anche fossimo riusciti ad arrivare in fondo (ed era dura perché sono quasi cento metri), appena finito avremmo dovuto ripartire, perché nel frattempo il gerbido avrebbe ricominciato a crescere da dove avevamo iniziato. E alloraì è venuto lui con una ruspa enorme e in mezza giornata ha rasato il gerbido e portato via qualche spanna di terreno con tutte le radici, e sono rimaste su solo alcune querce abbastanza grandi, e i due cedri atlantici che forse sono centenari; e tutt'intorno uno spazio enorme di terra vuota, tutto in piano, alto sopra le valli.
E così abbiamo visto la nostra terra ed era magnifica e abbiamo pensato che là un giorno ci sarebbe stato un giardino. Mi ricordo che quando ho visto la terra nuda ho sentito come un senso di timore e ho pensato che non si potevano scegliere a caso che piante ci avrebbero messo radici, e anche che il gerbido sarebbe sempre stato in agguato; e allora ho cominciato a parlare con i vicini e mi sono messa un pò a studiare.


" Sette volte bosco , sette volte prato, tutto tornerà come era stato."

Prima era la selva. Poi la stirpe dell'uomo cominciò a farsi largo dentro di essa.

Pensiamo a lui, quindi, a quell'uomo, a quella donna, quasi soli nell'enorme foresta. Sopra di lui, un'ininterrotta volta verde che nasconde il cielo, tutt'intorno altissimi tronchi ed intrico di rami, in cui è faticoso aprirsi un varco per trovarsi di fronte sempre lo stesso tronco, sempre lo stesso ramo; ovunque rumori di animali invisibili, a volte richiami lontani di piccoli gruppi di uomini come il suo, perché ormai le grandi tribù sono disperse; poi improvvisa una radura, e qui si può spingere un po' più lontano lo sguardo, e osare alzarlo sul grande mistero ricco di mutazioni incomprensibili: il cielo. E l'uomo come vedeva sé stesso? Probabilmente si distingueva da ciò che lo circondava, ma non aveva motivo di sentirsi diverso nella sostanza dagli altri esseri. Per lui tutto ciò che ha intorno sente ed ha coscienza come lui stesso e con tutto, per sopravvivere, bisogna comunicare .E qui comincia il dialogo fra gli uomini e le piante, con il loro spirito quello di ogni arbusto di ogni erba di ognuno di quei grandi alberi che costituiscono ovunque l'unico orizzonte. E questi spiriti furono prima di ogni religione. E sappiamo bene che mentre il maschio d'uomo cercava animali da cacciare, che questo aveva sempre fatto, la femmina d'uomo, più lenta per via dei cuccioli, sostava alla soglia di quella caverna o ai bordi di quella radura, e osservava, osservava, e sue furono le prime parole del dialogo con gli spiriti delle piante, e queste parole furono:
" Ti raccolgo perché ho fame , ti taglio perché ho freddo, non adirarti. Ti restituisco in sacrificio un poco di quello che è tuo perché il tuo spirito sia placato, ma tu insegnami a farti nascere qui, vicino a dove io e i miei figli stiamo protetti."

( azione: semina )

E immaginiamoci anche un'altra cosa: l'ansia, terribile, per tutto quello che noi oggi chiamiamo le "immutabili leggi della natura".
L'uomo di allora non ha la nostra lunga esperienza a sorreggere la sua ansia e la sua mente di fronte ai sempre mutevoli e spesso minacciosi aspetti della natura.
Che grande panico deve aver provato se, d'improvviso, in pieno giorno la luce del sole si abbassa velocemente per un'eclisse, e diventa sempre più freddo, e tutto sprofonda nel silenzio e nel buio? Il sole perirebbe sicuramente se egli non levasse un grande clamore e non scagliasse verso il cielo le sue frecce per difenderlo dal mostro che minaccia di divorarlo.
E se una striscia di cielo è improvvisamente illuminata da una meteora? E se un albero improvvisamente brucia colpito dal fulmine ? E il ciclo delle stagioni?
L'uomo allora aveva corta memoria e non aveva mezzi per segnare la fuga del tempo, forse l'anno gli sembrava così lungo da non riconoscerlo affatto come un ciclo.
In autunno, quando le foglie secche roteavano per la foresta al tagliente soffio del vento ed egli guardava gli spogli rami, poteva veramente star sicuro che sarebbero mai tornati verdi?
Mentre giorno per giorno il sole si sprofondava più basso e più basso nel cielo, poteva essere certo che avrebbe mai ripreso la sua strada celeste?
Come non temere che quando la luna, dopo essersi fatta sempre più sottile , scompariva del tutto, non vi sarebbero state più lune?

E l'uomo cominciò a fare tutto quello che poteva per far tornare sui rami i fiori appassiti, per rimettere il basso sole invernale sulla via del cielo estivo, per ridare alla luna calante la sua sferica pienezza.
E così inventò i primi riti magici, che sono in realtà esperimenti su come influenzare la natura.

Tutto si basava su un'idea semplice, in realtà, e anche dolce: egli credeva che per produrre i grandi fenomeni da cui dipendeva la sua vita, non si doveva far altro che imitarli, così che per una segreta "simpatia" il piccolo dramma che egli rappresentava in una radura in mezzo al bosco subito sarebbe stato accolto e replicato da più potenti attori ed in una più vasta scena.
E così altre frasi del dialogo con gli spiriti delle piante vennero pronunciate e queste frasi furono:
"Metti ancora le foglie o albero, rifiorisci e ridai frutti o melo, germina ancora o grano. Io faccio questo per aiutarti a rivivere"

(azione: messa a dimora di una pianta)


-------- ( piante a Manhattan)

Un giorno io e il mio moroso stavamo piantando una nuova rosa nel giardino vicino alla casa. Appena finito ci siamo accorti che, dalla finestra, ci osservava una mia amica che era nostra ospite, ed aveva un'espressione strana. La mia amica si chiama Judith, è un'attrice, ha più di settant'anni ed ha molto viaggiato, ma ha sempre vissuto a New York. La sua faccia era stupita, e ci ha detto che le facevamo lo stesso effetto che se avesse visto una tribù africana celebrare la danza della pioggia, lo stesso effetto di chi vede un gesto atavico, ancestrale, che si perde nella notte dei tempi.
E poi ci ha raccontato che a New York, alcuni anni fa, si sono accorti che i bambini delle scuole elementari di certi quartieri non riuscivano a capire la differenza che c'è fra produrre un'automobile e produrre un pomodoro: pensavano che pomodori, mele, pere ecc. uscissero anche loro da un'identica fabbrica in cui venivano in qualche modo "costruiti". Allora alcuni, fra cui il figlio di Judith, si sono inventati un "programma educativo": portavano i bambini in giro per Manhattan e dove trovavano un po' di terra scoperta, in cortili abbandonati, marciapiedi divelti, spartitraffico di strade periferiche, zappettavano e piantavano, pomodori, cipolle, insalata. E poi tornavano per dargli acqua e occuparsi di loro, così che i bambini potessero vedere le piante crescere.
L'ho trovata una storia incredibile, ma mi ha fatto pensare: piantando quella pianta io ripetevo un gesto antichissimo, è vero, ma questo non aveva niente a che fare né con il mio cibo né con il mio lavoro, e allora perché? Anch'io vengo da una città, io non so niente veramente di tutto questo, la mia famiglia non è mai stata contadina, e allora perché? ... e soprattutto perché mi fa stare come mi fa stare?

All'uomo, fin dagli albori della sua coscienza ,era chiaro che tutto nella natura era connesso, e che ogni essere che si distingueva dal tutto, al tutto sarebbe tornato.
E a questo tutto egli dava un nome che è uguale in tutti gli antichi linguaggi, e questo è il nome del primo degli dei concepito dall'uomo: la Grande Dea Madre.
Della Grande Dea Madre l'umanità fu figlia per trentamila anni della sua preistoria, fino alla rivoluzione della Pietra Nuova, ed oltre, molto oltre.
Nella sua immensa, opulenta, generosa rotondità, la morte e la rinascita della vita ricorrevano in eterno, come le fasi lunari o i cicli mestruali.
Ella governava il volgere delle stagioni e faceva crescere il grano, moltiplicava gli armenti e faceva partorire felicemente le donne, si riprendeva i morti e li custodiva nella sua matrice cosmica.
Sotto il suo regno la terra e il cielo non erano contrapposti, né lo erano la vita e la morte, l'animale e l'uomo, il maschio e la femmina, l'animato e l'inanimato, la materia e la forma, la foresta e la radura. Queste distinzioni sono la civiltà. La grande Madre invece, le avviluppa e le riassorbe nel caos primordiale e nell'unità delle origini.

Ma la Grande Dea fu sconfitta, e questa fu probabilmente la più grande rivoluzione culturale del nostro passato, e fu sconfitta dagli dei maschi del cielo, che irruppero in scena con furia terribile durante l'età del bronzo.
E questo successe anche nella preistoria dell'antica Grecia, ma in Grecia la dea sopravvisse anche dopo che gli dei dell'Olimpo avevano vinto la loro battaglia.
Il suo nome è Artemide, che poi a Roma divenne Diana, la dea della selva inviolata, che governava sulla natura accanto alla dea delle messi, Cerere e alla figlia Proserpina, la dea della primavera. Ma l'antichità classica accolse anche un dio della natura maschio: Dioniso. Perché Artemide è la dea che non compare mai ma rimane nascosta nei boschi selvaggi, al di là dei confini della polis, e il suo inviato fra gli uomini è Dioniso, il Grande Pan, figlio della Grande Madre di Creta, il dio che viene, il dio delle donne, inventore del vino e dell'aratro.

"Comincio a cantare Dioniso coronato di edera, dagli alti clamori.....
E quando le ninfe ebbero allevato colui che molti inni esaltano,
allora si aggirava per le valli selvose
tutto cinto di edera e di alloro; esse lo seguivano,
le ninfe, ed egli indicava il cammino: il clamore invadeva la selva immensa.
Così io ti saluto, o Dioniso che doni grappoli abbondanti;
Concedimi di tornare in letizia al ripetersi della stagione, e, di stagione in stagione, per molti anni ancora!"



E Dioniso era anche dio del grano, colui che sotto forma di toro aggiogò se stesso all'aratro, insegnando agli uomini come moltiplicare il potere di quel meraviglioso strumento.
E Dioniso era adorato in molti luoghi sotto forma di palo sacro ornato di fronde , cioè sotto il suo aspetto più primitivo: l'antico spirito dell'albero ....
Narra un arcaico mito greco che quando la vite non aveva ancora un nome, usava arrampicarsi sugli altri alberi formando una foresta vegetale da cui zampillava il rosso succo dei frutti. Alla vista dei rossi grappoli il giovane Dioniso decise di ricavare il vino da quei frutti, e la prima mitica vendemmia ebbe luogo:

"Smosse le rocce e con acuminata punta
di ferro svuotò i recessi della pietra;
Avendo lisciato i fianchi del pozzo profondo
Fece una fossa a guisa del tino ricco di uve.

E lo accompagnava il coro dei satiri; uno
Vendemmiava ricurvo, un altro raccoglieva i grappoli
Recisi in un vaso, un altro tagliando i viluppi di foglie
Allontanava le verdi brutture dei frutti.

Nella liscia conca Bacco stendeva la vendemmia
Colmando di grappoli il mezzo della fossa;
egli raccolse tutto nella cava roccia colmandola,
e calcò l'uva con il ritmico battere dei piedi.

I satiri, agitando all'aria la folle chioma,
apprendendo a imitare in tutto Dioniso
alto levarono il grido simile a Bacco;
e con impetuoso piede calcavano i frutti
inneggiando a Evoè.....

.... E nel pozzo pieno di grappoli
del vino che sgorgava rosseggiavano i torrenti;
e, calcata dall'alterno piede, la vendemmia
sprigionava la bianca spuma del succo rosseggiante


Certi antichi autori affermano che quando cadde l'impero romano, mano a mano avanzava il trionfo del cristianesimo, una voce misteriosa correva sulle rive del mediterraneo: " Il grande Pan è morto". L'antico dio universale della natura era spento. Il tutto diviene il nulla e solo si afferma l'uomo. "Il grande Pan e morto"

E un soffio sembrò bastare per scacciare i vecchi dei che già erano stati sradicati, dissanguati, accentrati nella grande capitale del mondo ed erano decaduti a ministri del grande impero di Roma .
Ma quando i grandi dei dell'Olimpo caddero non portarono con sé la miriade di piccoli dei annidati nei tronchi delle querce, nei fiori, fra le fronde delle piante, che sempre erano sopravvissuti nel cuore degli uomini dei villaggi e delle campagne.
Geni vecchissimi, fate e spiriti degli alberi si rifugiarono nelle foreste, che all'inizio del medioevo erano ancora immense nel nord dell'Italia e dell'Europa dove si estendevano come volte impenetrabili alla luce ed immuni dal tempo.
E li seguirono tutti quelli che per il nuovo ordine feudale e religioso erano "al di fuori", come "foris" erano le foreste per la legge e la società umana. Dove altro sarebbero potuti andare?
In esse vivevano i reietti, i folli, gli amanti , i briganti, gli eremiti, i santi, i lebbrosi, i fuggitivi, gli spostati, i perseguitati, i selvaggi in mezzo ad un universo popolato di "mirabilia", di mostri e di bestie, un universo minerale e vegetale, che opponeva strenua resistenza alla grande bandiera del cristianesimo medioevale: l'umanesimo, basato sull'idea dell'uomo fatto ad immagine di Dio.
E guerra fu, fra la chiesa e le foreste, questo rovescio del mondo ordinato, questa frontiera della natura non umana, dove la vita ferveva di notte, dove streghe e masche, alchimisti, uomini selvaggi e tutti i tenaci superstiti di quello che allora venne chiamato paganesimo, tramavano i loro misfatti

Un signore francese che si chiama Michelet e che di streghe se ne intendeva, scrisse:

"Tranne il medico arabo o ebreo, pagato a caro prezzo dai re, la medicina si esercitava soltanto alla porta delle chiese, alla pila dell'acqua santa. La domenica dopo la messa, v'erano molti malati; chiedevano soccorsi e si davano loro parole: " Voi avete peccato e Dio vi castiga. Rassegnatevi e siate grati, è uno sconto sulle pene dell'altra vita."
E allora c'è chi dice che fu la donna a rivolgersi alle bestie o agli alberi della foresta. Ed essi le parlarono, sappiamo di che. Ridestarono in lei la memoria delle cose che le diceva sua madre, sua nonna; cose vetuste, che, per secoli passarono di donna in donna. E' l'innocente ricordo dei vecchi spiriti del paese, commovente religione di famiglia, che riappare e si aggira nella selva solitaria."


E gli spiriti delle piante sussurrano e suggeriscono perché mille poteri hanno le erbe. E quando , molto più tardi il grande medico Paracelso bruciò i libri eruditi dell'antica medicina, disse di non aver appreso nulla se non ciò che aveva imparato dalle buone donne e quando scrisse il primo libro sul parto e sulle malattie femminili, è evidente che ciò che dice viene dall'esperienza di quelle alle quali le altre andavano a chiedere aiuto: le buone donne, appunto, o belle donne, insomma le streghe che dappertutto furono levatrici. Solamente le streghe osservavano, osservavano e sperimentavano, e furono, soprattutto per la donna, il solo e unico rimedio.
Quelle donne inventarono nomi nuovi per le piante e le erbe, nomi che ricordiamo ancora, nomi che conservano nel loro suono il vago ricordo di leggende smarrite, di antichi filtri e metodi cura, di strane connessioni fra certi uomini, certi animali, certe piante.


Erba sacra
Erba tarponèra
Erba carogna
Erba del magò
Erba strega
Erba dorà
Erba cotela
Erba a cros
Erba d'j cantor
Erba d'j strasson
Erba pertusà
Erba giasà

Bosch da violin
Bosch de fer
Bosch d'j gaj
Boca 'd lion
Boca 'd sumia
Boca 'd aso
Barba 'd boch

Erba santa
Erba canela
Erba dle ciatele
Erba dle pules
Erba d'j giaiet
Erba serpentaria
Erba colombina
Erba agnela
Erba camola
Erba d'j canarin
Erba del luv
Erba pertusà
Erba giassà

Pan del cocò
Pan porsin
Pan del luv
Pan dla serp
Orie d'ors
Orie d'asò
Orie 'd rat
Merda 'd rane
Merda d'j gat

--------- (adesso anch'io conosco i nomi)

Adesso anch'io conosco i nomi, non tutti, che tutti non li sa nessuno, ma alcuni si.
Sapere i nomi vuol dire vedere.
Prima guardavo un bosco , il gerbido e il prato e vedevo un'unica massa verde.
Adesso vedo l'olmo la gaggia e il sambuco, il pioppo cipressino, il pioppo bianco e il salice, la berretta del prete, la sanguinerola e il prugnolo, mi godo i fiori della veccia, dell'aquilegia, della salcerella, della cicoria e della viola tricolor, so dove cercare il profumo del caprifogli e quello delle viole mammole, so dove fiorirà il dente di cane e il croco autunnale e la pervinca.
Vedo di più e il mondo è più grande.
E se sai i nomi sei a un passo da sapere anche di più: se quella pianta ama il sole o l'ombra, l'argilla o la sabbia, se vuole tanta o poca acqua e allora puoi cominciare a piantare e aiutare a crescere.
(azione: presentazione delle piante)
Adesso ho un sacco di discorsi aperti ... con questo qui, per esempio: il bosso, che vivrà almeno tre o quattro delle mie vite, e con tutti i suoi fratelli sarà una nuova siepe; sono tutti figli della vecchia siepe che si semina da sola e noi raccogliamo i piantini; e ho una storia con questi ... sì, sono tutti iris ma questo farà il fiore blu, questo enorme ed azzurro, questo giallo e questo con tutti i colori della ruggine, ne ho divisi e piantati almeno quattrocento e non ho ancora finito; e con questo che mi è simpatico, l'osmanto, cresce più lento ancora del bosso, fra vent'anni sarà grande così ma molto prezioso; e ho una storia particolare con questo qui che è il figlio del figlio della mia prima pianta, è un pelargonio odoroso, ti viene da toccarlo perché pare velluto, e poi ti lascia sulle mani il profumo di menta più forte che io abbia mai sentito; ma di erbe aromatiche ne ho tante come questi che sono tutti timi ma questo profuma di limone, e queste mente, questa è la piperita e questa la menta bergamotto, e questa che è una salvia ma sa da ananas, e poi c'è la melissa, la santoreggia .... E ho anche delle storie nuove ... con questa bruttina che è l'Aloe, viene da lontanissimo e dentro ha una gelatina che cicatrizza le ferite, e questo l'ho provato quando potando mi sono affettata un dito, e questo è un agrifoglio, lo faccio crescere un po' in vaso e poi lo pianto in giardino vicino al mio così lo impollina e fa tutte le bacche rosse ... e questa ..... e questa ... e che non posso mostrare le mie rose, che adesso sono più di cento, e hanno ormai un po' di anni e sono grandi e grosse e hanno nomi come Schiuma del mare, Iceberg, Alba nuova, Tappeto di neve,Castore, Polluce, Cornelia, Hansa Tisbe, Cigno, Nevada, Penelope...

Molti furono gli antichi riti pagani che si mantennero durante il medioevo, e giunsero poi fino a noi.
Uno dei più diffusi fu quello dell'albero di maggio, legato alle antiche credenze sui poteri benefici degli spiriti arborei.
Si usava tagliare un albero della foresta, portarlo al villaggio e piantarlo fra la gioia generale nella piazza o in un'aia, o presentarlo in corteo di porta in porta perché aveva il potere di diffondere intorno la sua magia ed ogni casa così riceveva la sua parte di fortuna... ma questo riporta anche ad un altro rito, che si perde nella notte dei tempi.
I nostri progenitori percepivano le potenze della vegetazione come maschio e femmina e tentavano per " imitazione e simpatia" di stimolare lo sviluppo di alberi e piante rappresentando il "matrimonio" degli dei silvani, e questo non era un dramma simbolico o allegorico, ma un vero incantesimo. E l'incantesimo era tanto più potente, quanto più vera era l'unione fra gli uomini e le donne vestiti di foglie ed adorni di fiori e l'orgia che accompagnava queste cerimonie non era un eccesso accidentale, ma una parte essenziale del rito, perché per coloro che lo celebravano il "matrimonio" degli alberi e delle piante non poteva essere fecondo senza la reale, sacra unione dei sessi umani.


Anche qui, su queste colline, questi riti venivano celebrati. Da sempre.
E ancora nel 1584, nella vicina diocesi di Alba, il clero interviene molto duramente contro questo riti di fertilità primaverile.

"Si levi l'abuso che in questa diocesi è grande di drizzar gli albori che si chiamano Maggi alle feste delle Calende di Maggio, che oltre causa molti disordini, risse, contentioni et soprattutto scandali, dà segno più presto di una pagana superstizione che di attione cristiana e in vece loro si drizzino delle croci in tutti i capi delle strade pubbliche."

... Queste parole ricordano qualcosa .... Già Mosè nelle sacre scritture disse:

" Demolirete i loro altari, spezzerete le loro stele, taglierete i loro pali sacri, brucerete nel fuoco i loro dei. Non pianterai alcun palo sacro di qualunque specie di legno accanto all'altare del signore tuo Dio"

..... Le croci furono drizzate ma i riti degli alberi continuarono; e continuarono fino a non molto tempo fa cioè al periodo fra le due guerre. Tanto è vero che c'è ancora qualcuno vivo che racconta che con l'arrivo di maggio iniziava un rito itinerante che competeva alle donne.
Una signora che si chiama Romilda si ricorda che gruppi di "signorine" (cioè di vergini) passavano di casa in casa e cantavano una canzone che annunciava il ritorno della primavera. Una ragazza era vestita da regina ed era seguita da alcune damigelle che portavano un pino ornato di nastri ... proprio come Artemide e il suo seguito di ninfe.
Un signore che si chiama Augusto racconta che nel gruppo vi era una ragazza vestita di bianco e che nell'aia di ogni cascina visitata, piantavano simbolicamente l'alberello "ornato di gingilli" che portavano con loro.
Un altro dice che nel gruppo c'era sempre uno spirito demoniaco, che negli ultimi tempi si vestiva addirittura da arlecchino.
Altri ancora ricordano vere coppie di giovani sposi che, coronati di foglie passavano di casa in casa con un ramo fiorito a cantare maggio.

" Ben ve(g)na magg,
ben staga magg;
turneruma al meis ad magg.

Suma la primavera:
i fiur sun già fiorì;
Tuti j'usei a cantu
E 'l fa piasì sentì.

Ben ve(g)na magg ...

Veule nen cherde
Che magg sia rivà?
Fève a la finestra
E lù vedrej dubbà.

Ben ve(g)na ....

Guardè la nostra spusa
Cuma l'è ben dubbà
Smìa la fiur del persi
Quand ca l'è spuntà.

Ben ve(g)na ....


E altre magie si facevano riguardo al grano. Da queste parti, fino a meno di cento anni fa, quando si mieteva il grano si derideva quello che finiva per ultimo e gli si diceva " ti abbiamo mandato la quaglia ( o la lepre o il lupo) ... hai preso la quaglia ...." Ed è facile pensare che effettivamente uno di quegli animali scappando ai mietitori si rifugiasse nell'ultimo grano ... ma si sa che molto tempo prima quell'animale era visto come l'incarnazione dello spirito del gran e l'animale veniva ucciso e lasciato sul campo, per fecondarlo e risorgere poi con lui ... e ancora prima era l'ultimo mietitore ad incarnare lo spirito del grano, ed era lui a venire sacrificato, e le sue membra venivano sparse sui camp, come era successo a Dioniso, nella notte dei tempi.
Tutto si cercava di incantare del grano. Qui in Monferrato c'era una formula magica anche per far uscire le reste delle spighe che entravano nelle mani o nei piedi dei mietitori, ed ha un suono antico, molto antico ...

" Ra vacca ra fa i boi
Quandi ch aià fai i n' sun pi i soi
Ma ir bvèe u j dumin-nha
U j men nha a ra cassin-nha
A ra cassin-nha dir patrun
A vutèe i uatarun.
L'arà fa u surch
U surch u fa ra pros
Ra pros ra fa ir gran
Ir gran u fa ra reis
Ra reis ra fa ra foja
Ra foja ra fa ir gran
Ir gran u fa ra spija
Ra spija ra fa ra resca
Ra resca r'entra a
Andà chi t'ei antrà.
.nt ir man
A fèe dir mà a i cristian
Pir ra virti d'San Dunà
Turna a surtì
Andà che sei antrà


Per secoli gli spiriti vegetali si nascosero nella foresta e fra le messi dei campi e fra i pampini d'uva. Ma intanto la specie dell'uomo cresceva e si faceva sempre più largo dentro la selva.1400, 1500, 1600. E' l'epoca del grande disboscamento. Gli animali selvatici che non possono venire addomesticati o utilizzati diventano pericolosi e vengono sterminati. L'umanesimo ha vinto, le foreste si ritirano, molte specie animali cominciano letteralmente a sparire e trionfa una sola specie: l'uomo, e l'uomo si prepara a diventare il solo padrone della terra.
Mai, prima di allora, si era sentito separato in modo così netto dagli animali e dai vegetali, mai aveva sentito con tanta forza l'intera terra come suo esclusivo patrimonio "naturale".

E passano i secoli e la specie dell'uomo cresce, e cresce ancora , e cresce il suo pensiero. Si lacerano le tradizioni, si eclissano gli dei e sorge luminosa e sorge illuminante la nuova grande idea , la nuova grande dea: la ragione. E non si eressero statue, ma un più grande monumento, si scrisse un grande libro che si chiama Enciclopedia. Fu scritto nel '700 e alla voce " foresta " possiamo leggere così :

" Sembra che l'importanza di preservare le foreste sia stata avvertita in ogni epoca: esse sono sempre state considerate proprietà dello stato e amministrate nel suo nome: la stessa religione aveva consacrato le foreste, indubbiamente per proteggere, attraverso la venerazione, ciò che deve essere conservato per l'interesse pubblico. I nostri roveri non offrono più oracoli, e noi non domandiamo più i loro sacri auspici; dobbiamo sostituire questo culto con il senso di responsabilità; e qualunque vantaggio si possa aver tratto in precedenza dal rispetto delle foreste, ci si deve attendere un successo ancora maggiore dalla loro sorveglianza e buona amministrazione."


E fu allora, quando gli uomini cominciarono ad occuparsi del loro patrimonio anche con conoscenza e lungimiranza, forse fu proprio allora che gli spiriti della natura e degli alberi sembrarono scomparire e gli uomini non videro più in un a foresta che un dato volume di legname utilizzabile, e in un campo un dato peso di grano.
Ma come sempre nelle cose umane , quando trionfa un'idea e un movimento diventa dominante, sotto sotto il movimento contrario continua e l'opposta idea trova nuove forme per manifestarsi. E così mentre il progresso accelerava costantemente, quell'uomo, quella donna, quel poeta si rivolsero alla natura e cercarono di evocare di nuovo gli antichi spiriti in fuga, invocandoli nelle loro opere, cercando per loro nuovi nomi.


Un poeta che si chiama Wordsworth ha scritto

"Udivo una miriade di suoni confusi
mentre me ne stavo sdraiato in un boschetto,
in quel dolce stato in cui gradevoli pensieri
generano nella mente tristi pensieri.

Alle sue mirabili opere la natura avvinceva
L'anima umana che mi permeava tutto,
e molto s'affliggeva il mio cuore a pensare
quel che l'uomo ha fatto dell'uomo.
..........

Gli uccelli a me d'intorno saltellavano per gioco,
e pur non sapendo leggere nei loro pensieri,
il loro minimo sussulto
mi sembrava un guizzo di piacere.

I rami in boccio aprivano i loro ventagli,
per irretire i soffi della brezza,
e per quanto dubiti sono sicuro
che là regnava il piacere.

Se questi pensieri non so allontanare,
se tale è il senso della mia convinzione,
non ho forse ragione di dolermi
di ciò che l'uomo ha fatto dell'uomo?"


Ed arriviamo al nostro secolo, il primo del millennio. .... E l'uomo non può più trovare nel mondo intero qualcosa che non abbia modificato e che non conservi le sue tracce. Qualcosa che possa esistere al di fuori dell'idea che l'uomo si è fatto di essa. La natura non c'è più come cosa come spazio separato dall'uomo, ed ora veramente il mondo è fatto a sua immagine e somiglianza.
E l'uomo si ritrova potente e solo sotto la volta del cielo sfondata.


--------- ( L'aereo )

Avete mai guardato l'Europa dall'alto, volando su un aereo?
Io l'ho fatto da poco, Genova-Londra ... ed è proprio evidente quel che si dice: l'uomo non vive nel paesaggio: lo crea. Non sembra che ci sia neppure un metro quadro che non sia stato da noi usato, modificato, trasformato.
Le case, le costruzioni sono grandi ammassi che esplodono e si polverizzano dappertutto. Le strade sono una rete infinita. Ci sono dei pezzi di bosco, isolati, ma a loro volta sono tutti solcati da strade, tagli anti incendio, tralicci per i cavi ... e dappertutto, sotto a tutto, il grande tappeto geometrico delle coltivazioni. Dappertutto, dappertutto ... fin sulle pendici delle Alpi; e solo la cima delle Alpi sta su tutto vuota , bianca, senza tracce, assediata.
E' bellissimo, io lo trovo bellissimo... e certo, fa anche paura. Ma io ho sentito orgoglio per la nostra specie, la specie che in un certo senso crea il mondo.
E ho sentito anche qualcos'altro, qualcosa ce non so tanto spiegare .... Mi sa che è stato sempre così, fin dagli albori della nostra civiltà ... è sempre stato così ... forse mai niente è stato creato senza che qualcos'altro sia stato distrutto.


E l'uomo si ritrova potente e solo sotto la volta del cielo sfondata.
E alcuni sentono nostalgia, una nostalgia che viene da chissà dove, per qualcosa che non sia "noi".
E il nostro desiderio ci spinge a guardare diversamente gli esseri non umani che ancora ci circondano, gli animali, le piante, cercando di considerarli appunto "esseri", che sentono e reagiscono, agiscono e comunicano, e che forse conservano in sé, tanto quanto noi, il segreto del grande mistero, quello appunto dell'esistenza.

E' molto tempo ormai che gli uomini pensano alle piante come esseri inanimati e muti, con cui nessun dialogo è possibile, tanto tempo che sembra loro di averlo sempre pensato; ma una sensibilità diversa serpeggia nella nostra coscienza.
Già Linneo, l'antenato della botanica moderna proclamò (nel '700 ) che le piante si differenziano dagli animali solo per la mancanza di movimento. Poi Charles Darwin, il grande botanico dell'800 andò oltre e dimostrò come ogni viticcio abbia una propria capacità di movimento indipendente, e come la crescita stessa sia un insieme di movimenti.E la scienza e la tecnica, progredendo, gli hanno dato ragione.
Pochi anni fa un signore inglese che si chiama David Attemborough e che per tutta la vita ha filmato meravigliosi documentari sulla natura, ha detto


"Le piante possono vedere, contare, e comunicare tra loro, così come sono in grado di reagire al più lieve contatto e stimare il tempo con straordinaria precisione".
Un germoglio di grano, mantenuto al buio, si insinuerà attraverso una minuta fessura dove passi uno spiraglio di luce. Ciò indica in modo evidente che le piante possono vedere.
Il viticcio di una vite da barbera quando trova un appoggio, entro venti secondi comincia ad avilupparlo e in sessantasette minuti vi si è attorcigliato così saldamente da renderne difficile la rimozione. Il viticcio poi si avvolge a spirale come un cavatappi, e così facendo solleva il tralcio verso di sé.

La ragione per cui la maggior parte di noi è inconsapevole di tali potenzialità e sensibilità delle piante, risiede nel fatto che esse vivono in una differente scala di tempi rispetto a noi. Oggi, filmando al rallentatore, possiamo vedere i movimenti delle piante


Una delle piante più mobili in un bosco è il rovo. Un individuo, una volta insediatosi, immediatamente inizia una strategia di colonizzazione del territorio circostante. Esso emette a tale scopo, steli esploratori dal cespo centrale delle radici, i quali si curvano in alto e all'esterno. I loro apici ondeggiano lentamente da una parte all'altra come se cercassero qualcosa. Nel momento in cui toccano lo stelo di un'altra pianta o di qualche oggetto, il loro movimento cambia. Essi iniziano ad avanzare immediatamente e con uno scopo preciso. Il loro movimento non è visibile ai nostri occhi, pur essendo, trattandosi di piante, straordinariamente rapido: circa 5 cm. Al giorno. Gli steli sono coperti da spine acuminate rivolte all'indietro, che. si sviluppano sulle altre piante, agganciandole e ricoprendole, sino a sopraffarle. Di quando in quando, nel punto dove gli steli toccano il terreno, avviene l'emissione di piccole radici che succhiano rapidamente gli elementi nutritivi presenti nel terreno appena conquistato.. Il rovo ha stabilito così il proprio dominio


-------- ( il senso del tempo)

Di una cosa sono certa: è cambiato il mio senso del tempo.
Non avrei mai pensato di poter aspettare volentieri tre o quatto anni per vedere il primo fiore di una peonia, né conoscevo quella particolare specie di gioia per la prima albicocca dell'albero piantato cinque anni fa. E questi tempi non mi sembrano lunghi, mi sembrano giusti.
E c'è di più: adesso io vedo le piante crescere. Davvero. Mi succede spesso che qualcuno mi dica: "ma quella pianta non cresce, è tre anni che è lì, uguale.", ed io trasecolo: evidentemente non vede che il tronco è grosso il doppio che tre anni fa, e ci sono tre o quattro rami principali in più, e, insomma, sarà più alta di almeno dieci centimetri, e con molte più foglie. Se vado via per qualche giorno e poi torno, il mio giro per il giardino è molto lungo perché ad ogni passo mi devo fermare per stupirmi dei mille cambiamenti che ci sono stati, e questo succede anche in inverno.
Adesso pianto anche alberi che cominceranno ad essere belli fra trenta o quarant'anni, e mi piace quel sorriso solo un po' malinconico che ci scambiamo con quelli che abitano con me: " Ci sarà sempre qualcuno che lo vedrà, e pensa come gli piacerà!"
E poi, forse è vero quello che ha detto Russel Page, un grande giardiniere inglese: i giardinieri vivono a lungo, perché devono aspettare che le piante crescano.


E non è solo la scoperta del movimento vegetale che ci avvicina a percepire quella che alcuni chiamano la vita segreta delle piante.
E' successa una cosa strana in America negli anni '60. Un certo Clee Backster che era il più noto esperto americano della macchina della verità, un giorno, per caso, collega gli elettrodi ad una pianta di casa sua, una dracena, e si rende conto che la pianta "reagisce" all'essere innaffiata con un disegno sul grafico molto simile a quello di un uomo che riceve un blando e positivo stimolo emotivo. Poi Bakster accende un fiammifero e la pianta fà impennare il grafico verso l'alto e quasi saltare il galvanometro, proprio come un uomo minacciato fisicamente.
Da qui cominciarono vent'anni di studi, di Backster e di altri scienziati, al termine dei quali alcuni sostennero che le piante possiedono una sensibilità e una capacità reattiva a noi completamente sconosciute; fino al punto di reagire "emotivamente" sia alle cure che ai danni, fino al punto di "riconoscere" la persona che si occupa di loro, anche a una certa distanza.
Non tutti sono stati d'accordo con queste conclusioni ma è ormai assodato che le piante distinguono suoni per noi inafferrabili e colori invisibili e che rilevano i raggi x e l'alta tensione. Ma c'è dell'altro: le piante reagiscono alla morte di cellule viventi nell'ambiente circostante, e reagiscono in modo notevolissimo alla morte delle cellule umane.


La scienza e il procedere del nostro pensiero ci portano a scoprire che gli esseri vegetali reagiscono ed agiscono sul mondo in modo molto più profondo e complesso di quello che possiamo avvertire. E che siamo più simili di quel che possiamo credere.
C'è già chi sostiene che siamo ad un passo dal poter comunicare con le specie non umane. Comunque sia , è così consolante anche il poter pensare che loro, singolarmente, individualmente, ci percepiscono.


Sette volte bosco, sette volte prato, tutto tornerà come era
stato.


-------- ( il grande pioppo)

C'e una passeggiata che facciamo spesso dietro casa mia, sta sul crinale della collina e guarda due valli, si vedono i campi e le vigne, e certe vigne che stanno diventando gerbido e certi gerbidi che stanno ritornando vign. Si va, si va e poi si arriva ad un grande pioppo isolato, molto alto e ampio, e si torna indietro.
Alcuni mesi fa, il pioppo non c'era più. Tagliato a un metro d'altezza. Segato, portato via. Perché? Ho guardato il tronco mozzato: per quello che ne capisco io, sanissimo. Perché? Mi sono data della scema, perché non si può star male per un pioppo fra i mille che ci sono da queste parti; ma quello era così grande e alto, l'unica linea verticale fra il cielo e quella collina tutta coltivata bassa a vite e segale, e si vedeva da lontano, e aveva una così forte presenza ... e , insomma , era il punto d'arrivo della nostra passeggiata! Perché ? Forse perché non potesse raggiungere con la sua ombra la vigna che poi hanno piantato abbastanza distante da lì? Forse per farne legna? O legname? Quanto avrà potuto rendere? E mi è venuto uno strano pensiero: se avessi saputo che volevano tagliarlo forse avremmo potuto, che so, comprarlo e lasciarlo là dov'era. E una volta di più mi sono resa conto di quanto è diverso il mio modo di guardare questa campagna e queste colline da chi ci è sempre vissuto: io non le lavoro, non le fatico, non ne traggo nè reddito né sostentamento ... io le guardo ... oppure ci pianto un giardino, e a cosa "serve" un giardino? a niente ... a guardarlo ... forse a sorridere guardandolo.
D'accordo: è un rapporto più superficiale ... Ma in fondo perché? E quanti come noi stanno venendo a vivere fuori delle città, da quando è si è capito che molti lavori che non c'entrano niente con l'agricoltura si possono fare anche qui ... e ripopoliamo le scuole elementari ... camminiamo, guardiamo, piantiamo rose, teniamo discorsi con gli alberi. E sorridiamo ... Eppure lo sappiamo che ciò che abbiamo davanti non è "la natura" ... Chissà cosa cerchiamo.

Uno scrittore che viene dalle mie parti, dal veneto, Mario Rigoni Stern, quando ha visto per la prima volta queste colline ha scritto:

".....Boscaglie cespugliose più che bosco; noccioleti e vigne. E ancora vigne roncate da secoli dalle colline fin giù a raggiungere e dilagare per la pianura. Da stupire e incantare questo paesaggio creato dal lavoro degli uomini, ma anche misterioso quasi in questo non-bosco che va a infoltirsi dentro e giù per i ritani. Posti di rifugio alle pernici, di lepri svelti, di volpi, oggi di cinghiali, forse, e domani di caprioli. E spini, intrichi di rovi, di bacchette d'avellano, tronchi di gaggie invadenti. Che bosco è questo? Non di folletti e di fate, ma da masche. Eppure diverrà. Si fortificherà, invaderà i terreni abbandonati. Avanza dove non si sfalcia, dove non si rompono le zolle. Bosco forte, tenace, duro più degli uomini che vorrebbero fronteggiarlo. E quando vorranno fermarlo, tagliarlo, rubargli spazio, si accorgeranno, sapranno della fatica di chi per mille anni ha piantato vignali su per i dossi di queste colline.
Perché non è vero che la selva , il bosco sulle nostre Alpi e dove si sono abbandonati i terreni, la natura non diventi "selvaggia"..... il bosco avanza, avanza anno dopo anno fino ad invadere le piazze dei villaggi abbandonati. Fin dentro le stalle, nelle cucine. Nessuno potrà fermare la sua forza se l'uomo abbandona la terra più faticosa e faticata. Bosco, radura, prato, villaggio; prato, arbusti, cespugli, bosco . E' il ciclo del Tempo. Forse siamo arrivati alla terza metamorfosi; ma ora il Tempo è molto, molto più veloce.
Gli gnomi dentro alla montagna cantano mentre lavorano nella miniera dell'oro : " sette volte bosco/ sette volte prato/ tutto ritornerà/ com'era stato"
.


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