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"
.. Eruppero tutte le sorgenti del grande abisso e le cateratte del cielo
si aprirono
... le acque del diluvio furono sopra la terra per quaranta giorni
...le acque crebbero
.. e divennero poderose
.. e crebbero molto sopra la terra
.. e si innalzarono sempre più
.. e coprirono tutti i monti più alti che sono sotto tutto il
cielo
..e le acque superarono in altezza i monti che avevano ricoperto
..e le acque restarono alte sopra la terra centocinquanta giorni"
e, dopo il diluvio, potente, inarrestabile risorse la foresta.
A distanza di millenni, è difficile per noi immaginare fino a
che punto il ritorno delle foreste sia stato un cataclisma per i nostri
antenati dell'età della pietra, loro che durante l'ultima glaciazione
si erano evoluti in una specie straordinaria: una specie di predatori
legata per la sopravvivenza alle grandi mandrie che erravano per le
sconfinate tundre dell'Europa.
Con l'arrivo del nuovo periodo più caldo, tutto mutò intorno
a loro.
Quando le mandrie abbandonarono le fitte foreste, divenute inospitali,
molte tribù morirono di fame; alcune seguirono gli animali che
si spingevano sempre più a nord; altre ancora riuscirono ad adattarsi
perché adattarsi era la più grande, enorme capacità
della nostra specie, che così compì una delle sue più
grandi rivoluzioni, la rivoluzione della pietra nuova: inventò
modi per migliorare e controllare o, meglio, addomesticare le leggi
della profusione vegetale. Cominciò a coltivare, e coltivare
divenne il suo modo di vita.
Era nata l'agricoltura, e l'agricoltura mentre addomesticava la legge
della vegetazione, addomesticò anche l'uomo che viveva grazie
ad essa. Ma di quella foresta, di quell'inizio per sempre l'uomo conserverà
memoria nei suoi miti più antichi. E ancor oggi nel più
profondo di noi stessi sappiamo che nel mondo che noi calchiamo, prima
era la selva.

"Sette
volte bosco, sette volte prato, tutto tornerà come era stato"
----- (la mia casa)
La prima volta che ho visto la mia casa era piena di alberi. C'erano
ciliegi, gaggie e un sambuco bello alto che usciva da un tetto sfondato.
La casa è in cima ad una collina , vicino a Castagnole Monferrato,
ed era stata abbandonata per trent'anni. C'erano grandi buchi nel tetto,
i muri erano crepati, non c'erano più finestre e dappertutto
si arrampicavano le viti inselvatichite, dentro e fuori da ogni buco.
La prima volta, per entrare abbiamo dovuto tagliare e strapparne bracciate.
E dentro c'erano gli alberi, e fra le crepe del pavimento, anche le
viole.
Davanti alla casa c'era una siepe di bosso vecchissima che aveva fatto
dei tronchi grossi così, e due alberi altissimi, almeno venti
metri, ma non si capiva quasi cosa fossero perché erano coperti
dalle viti che arrivavano fino in cima. In mezzo alla siepe un passaggio
con tre gradini di pietra che portavano ... a una massa impenetrabile
di piante.
Ci avevano detto che lì una volta c'era stato un grande prato
tagliato nel mezzo da una lunga "topia" coperta da moltissime
qualità diverse di uva da tavola, e sui due lati decine e decine
di alberi da frutto di tutti i tipi, anche quelli che oggi non si trovano
più ... Ma quando siamo arrivati noi non si riusciva a fare neanche
un passo oltre i gradini, tutto era fitto e spinoso e noi non potevano
fisicamente penetrare in quel muro di piante che io non sapevo ancora
distinguere una dall'altra, perché non sapevo i nomi.
Quel signore che ci ha venduto la casa parlava una lingua che io ancora
non capivo, ma mi ricordo una parola che tornava spesso nel suo discorso
"gerbido" "gerbido" ... quando la diceva scuoteva
la testa..." il gerbido si mangia tutto".
Noi di casa mia siamo quattordici, quasi tutti teatranti, con gli annessi
e connessi, tutti cittadini, ma bellicosi. E allora abbiamo comperato
delle roncole, delle accette e dei picconi e abbiamo cominciato a tagliare,
a tagliare dai gradini in avanti, per entrare lì dentro e vedere
com'era la nostra terra. E ci siamo punti e graffiati e fatti male alla
schiena e dopo una settimana ... avevamo fatto tre metri. E poi è
passato di là un contadino, un nostro vicino che già da
qualche giorno ci guardava da lontano, e si è messo a ridere,
e ha detto che se anche fossimo riusciti ad arrivare in fondo (ed era
dura perché sono quasi cento metri), appena finito avremmo dovuto
ripartire, perché nel frattempo il gerbido avrebbe ricominciato
a crescere da dove avevamo iniziato. E alloraì è venuto
lui con una ruspa enorme e in mezza giornata ha rasato il gerbido e
portato via qualche spanna di terreno con tutte le radici, e sono rimaste
su solo alcune querce abbastanza grandi, e i due cedri atlantici che
forse sono centenari; e tutt'intorno uno spazio enorme di terra vuota,
tutto in piano, alto sopra le valli.
E così abbiamo visto la nostra terra ed era magnifica e abbiamo
pensato che là un giorno ci sarebbe stato un giardino. Mi ricordo
che quando ho visto la terra nuda ho sentito come un senso di timore
e ho pensato che non si potevano scegliere a caso che piante ci avrebbero
messo radici, e anche che il gerbido sarebbe sempre stato in agguato;
e allora ho cominciato a parlare con i vicini e mi sono messa un pò
a studiare.
" Sette volte bosco , sette volte prato, tutto tornerà
come era stato."
Prima era la selva. Poi la stirpe dell'uomo cominciò a farsi
largo dentro di essa.
Pensiamo a lui, quindi, a quell'uomo, a quella donna, quasi soli nell'enorme
foresta. Sopra di lui, un'ininterrotta volta verde che nasconde il cielo,
tutt'intorno altissimi tronchi ed intrico di rami, in cui è faticoso
aprirsi un varco per trovarsi di fronte sempre lo stesso tronco, sempre
lo stesso ramo; ovunque rumori di animali invisibili, a volte richiami
lontani di piccoli gruppi di uomini come il suo, perché ormai
le grandi tribù sono disperse; poi improvvisa una radura, e qui
si può spingere un po' più lontano lo sguardo, e osare
alzarlo sul grande mistero ricco di mutazioni incomprensibili: il cielo.
E l'uomo come vedeva sé stesso? Probabilmente si distingueva
da ciò che lo circondava, ma non aveva motivo di sentirsi diverso
nella sostanza dagli altri esseri. Per lui tutto ciò che ha intorno
sente ed ha coscienza come lui stesso e con tutto, per sopravvivere,
bisogna comunicare .E qui comincia il dialogo fra gli uomini e le piante,
con il loro spirito quello di ogni arbusto di ogni erba di ognuno di
quei grandi alberi che costituiscono ovunque l'unico orizzonte. E questi
spiriti furono prima di ogni religione. E sappiamo bene che mentre il
maschio d'uomo cercava animali da cacciare, che questo aveva sempre
fatto, la femmina d'uomo, più lenta per via dei cuccioli, sostava
alla soglia di quella caverna o ai bordi di quella radura, e osservava,
osservava, e sue furono le prime parole del dialogo con gli spiriti
delle piante, e queste parole furono:
" Ti raccolgo perché ho fame , ti taglio perché ho
freddo, non adirarti. Ti restituisco in sacrificio un poco di quello
che è tuo perché il tuo spirito sia placato, ma tu insegnami
a farti nascere qui, vicino a dove io e i miei figli stiamo protetti."
( azione: semina )

E
immaginiamoci anche un'altra cosa: l'ansia, terribile, per tutto quello
che noi oggi chiamiamo le "immutabili leggi della natura".
L'uomo di allora non ha la nostra lunga esperienza a sorreggere la sua
ansia e la sua mente di fronte ai sempre mutevoli e spesso minacciosi
aspetti della natura.
Che grande panico deve aver provato se, d'improvviso, in pieno giorno
la luce del sole si abbassa velocemente per un'eclisse, e diventa sempre
più freddo, e tutto sprofonda nel silenzio e nel buio? Il sole
perirebbe sicuramente se egli non levasse un grande clamore e non scagliasse
verso il cielo le sue frecce per difenderlo dal mostro che minaccia
di divorarlo.
E se una striscia di cielo è improvvisamente illuminata da una
meteora? E se un albero improvvisamente brucia colpito dal fulmine ?
E il ciclo delle stagioni?
L'uomo allora aveva corta memoria e non aveva mezzi per segnare la fuga
del tempo, forse l'anno gli sembrava così lungo da non riconoscerlo
affatto come un ciclo.
In autunno, quando le foglie secche roteavano per la foresta al tagliente
soffio del vento ed egli guardava gli spogli rami, poteva veramente
star sicuro che sarebbero mai tornati verdi?
Mentre giorno per giorno il sole si sprofondava più basso e più
basso nel cielo, poteva essere certo che avrebbe mai ripreso la sua
strada celeste?
Come non temere che quando la luna, dopo essersi fatta sempre più
sottile , scompariva del tutto, non vi sarebbero state più lune?
E l'uomo cominciò a fare tutto quello che poteva per far tornare
sui rami i fiori appassiti, per rimettere il basso sole invernale sulla
via del cielo estivo, per ridare alla luna calante la sua sferica pienezza.
E così inventò i primi riti magici, che sono in realtà
esperimenti su come influenzare la natura.
Tutto si basava su un'idea semplice, in realtà, e anche dolce:
egli credeva che per produrre i grandi fenomeni da cui dipendeva la
sua vita, non si doveva far altro che imitarli, così che per
una segreta "simpatia" il piccolo dramma che egli rappresentava
in una radura in mezzo al bosco subito sarebbe stato accolto e replicato
da più potenti attori ed in una più vasta scena.
E così altre frasi del dialogo con gli spiriti delle piante vennero
pronunciate e queste frasi furono:
"Metti ancora le foglie o albero, rifiorisci e ridai frutti o melo,
germina ancora o grano. Io faccio questo per aiutarti a rivivere"
(azione: messa a dimora di una pianta)
-------- ( piante a Manhattan)
Un giorno io e il mio moroso stavamo piantando una nuova rosa nel giardino
vicino alla casa. Appena finito ci siamo accorti che, dalla finestra,
ci osservava una mia amica che era nostra ospite, ed aveva un'espressione
strana. La mia amica si chiama Judith, è un'attrice, ha più
di settant'anni ed ha molto viaggiato, ma ha sempre vissuto a New York.
La sua faccia era stupita, e ci ha detto che le facevamo lo stesso effetto
che se avesse visto una tribù africana celebrare la danza della
pioggia, lo stesso effetto di chi vede un gesto atavico, ancestrale,
che si perde nella notte dei tempi.
E poi ci ha raccontato che a New York, alcuni anni fa, si sono accorti
che i bambini delle scuole elementari di certi quartieri non riuscivano
a capire la differenza che c'è fra produrre un'automobile e produrre
un pomodoro: pensavano che pomodori, mele, pere ecc. uscissero anche
loro da un'identica fabbrica in cui venivano in qualche modo "costruiti".
Allora alcuni, fra cui il figlio di Judith, si sono inventati un "programma
educativo": portavano i bambini in giro per Manhattan e dove trovavano
un po' di terra scoperta, in cortili abbandonati, marciapiedi divelti,
spartitraffico di strade periferiche, zappettavano e piantavano, pomodori,
cipolle, insalata. E poi tornavano per dargli acqua e occuparsi di loro,
così che i bambini potessero vedere le piante crescere.
L'ho trovata una storia incredibile, ma mi ha fatto pensare: piantando
quella pianta io ripetevo un gesto antichissimo, è vero, ma questo
non aveva niente a che fare né con il mio cibo né con
il mio lavoro, e allora perché? Anch'io vengo da una città,
io non so niente veramente di tutto questo, la mia famiglia non è
mai stata contadina, e allora perché? ... e soprattutto perché
mi fa stare come mi fa stare?

All'uomo,
fin dagli albori della sua coscienza ,era chiaro che tutto nella natura
era connesso, e che ogni essere che si distingueva dal tutto, al tutto
sarebbe tornato.
E a questo tutto egli dava un nome che è uguale in tutti gli
antichi linguaggi, e questo è il nome del primo degli dei concepito
dall'uomo: la Grande Dea Madre.
Della Grande Dea Madre l'umanità fu figlia per trentamila anni
della sua preistoria, fino alla rivoluzione della Pietra Nuova, ed oltre,
molto oltre.
Nella sua immensa, opulenta, generosa rotondità, la morte e la
rinascita della vita ricorrevano in eterno, come le fasi lunari o i
cicli mestruali.
Ella governava il volgere delle stagioni e faceva crescere il grano,
moltiplicava gli armenti e faceva partorire felicemente le donne, si
riprendeva i morti e li custodiva nella sua matrice cosmica.
Sotto il suo regno la terra e il cielo non erano contrapposti, né
lo erano la vita e la morte, l'animale e l'uomo, il maschio e la femmina,
l'animato e l'inanimato, la materia e la forma, la foresta e la radura.
Queste distinzioni sono la civiltà. La grande Madre invece, le
avviluppa e le riassorbe nel caos primordiale e nell'unità delle
origini.
Ma la Grande Dea fu sconfitta, e questa fu probabilmente la più
grande rivoluzione culturale del nostro passato, e fu sconfitta dagli
dei maschi del cielo, che irruppero in scena con furia terribile durante
l'età del bronzo.
E questo successe anche nella preistoria dell'antica Grecia, ma in Grecia
la dea sopravvisse anche dopo che gli dei dell'Olimpo avevano vinto
la loro battaglia.
Il suo nome è Artemide, che poi a Roma divenne Diana, la dea
della selva inviolata, che governava sulla natura accanto alla dea delle
messi, Cerere e alla figlia Proserpina, la dea della primavera. Ma l'antichità
classica accolse anche un dio della natura maschio: Dioniso. Perché
Artemide è la dea che non compare mai ma rimane nascosta nei
boschi selvaggi, al di là dei confini della polis, e il suo inviato
fra gli uomini è Dioniso, il Grande Pan, figlio della Grande
Madre di Creta, il dio che viene, il dio delle donne, inventore del
vino e dell'aratro.
"Comincio a cantare Dioniso coronato di edera, dagli alti clamori.....
E quando le ninfe ebbero allevato colui che molti inni esaltano,
allora si aggirava per le valli selvose
tutto cinto di edera e di alloro; esse lo seguivano,
le ninfe, ed egli indicava il cammino: il clamore invadeva la selva
immensa.
Così io ti saluto, o Dioniso che doni grappoli abbondanti;
Concedimi di tornare in letizia al ripetersi della stagione, e, di stagione
in stagione, per molti anni ancora!"
E Dioniso era anche dio del grano, colui che sotto forma di toro aggiogò
se stesso all'aratro, insegnando agli uomini come moltiplicare il potere
di quel meraviglioso strumento.
E Dioniso era adorato in molti luoghi sotto forma di palo sacro ornato
di fronde , cioè sotto il suo aspetto più primitivo: l'antico
spirito dell'albero ....
Narra un arcaico mito greco che quando la vite non aveva ancora un nome,
usava arrampicarsi sugli altri alberi formando una foresta vegetale
da cui zampillava il rosso succo dei frutti. Alla vista dei rossi grappoli
il giovane Dioniso decise di ricavare il vino da quei frutti, e la prima
mitica vendemmia ebbe luogo:
"Smosse le rocce e con acuminata punta
di ferro svuotò i recessi della pietra;
Avendo lisciato i fianchi del pozzo profondo
Fece una fossa a guisa del tino ricco di uve.
E lo accompagnava il coro dei satiri; uno
Vendemmiava ricurvo, un altro raccoglieva i grappoli
Recisi in un vaso, un altro tagliando i viluppi di foglie
Allontanava le verdi brutture dei frutti.
Nella liscia conca Bacco stendeva la vendemmia
Colmando di grappoli il mezzo della fossa;
egli raccolse tutto nella cava roccia colmandola,
e calcò l'uva con il ritmico battere dei piedi.
I satiri, agitando all'aria la folle chioma,
apprendendo a imitare in tutto Dioniso
alto levarono il grido simile a Bacco;
e con impetuoso piede calcavano i frutti
inneggiando a Evoè.....
.... E nel pozzo pieno di grappoli
del vino che sgorgava rosseggiavano i torrenti;
e, calcata dall'alterno piede, la vendemmia
sprigionava la bianca spuma del succo rosseggiante
Certi antichi autori affermano che quando cadde l'impero romano, mano
a mano avanzava il trionfo del cristianesimo, una voce misteriosa correva
sulle rive del mediterraneo: " Il grande Pan è morto".
L'antico dio universale della natura era spento. Il tutto diviene il
nulla e solo si afferma l'uomo. "Il grande Pan e morto"
E un soffio sembrò bastare per scacciare i vecchi dei che già
erano stati sradicati, dissanguati, accentrati nella grande capitale
del mondo ed erano decaduti a ministri del grande impero di Roma .
Ma quando i grandi dei dell'Olimpo caddero non portarono con sé
la miriade di piccoli dei annidati nei tronchi delle querce, nei fiori,
fra le fronde delle piante, che sempre erano sopravvissuti nel cuore
degli uomini dei villaggi e delle campagne.
Geni vecchissimi, fate e spiriti degli alberi si rifugiarono nelle foreste,
che all'inizio del medioevo erano ancora immense nel nord dell'Italia
e dell'Europa dove si estendevano come volte impenetrabili alla luce
ed immuni dal tempo.
E li seguirono tutti quelli che per il nuovo ordine feudale e religioso
erano "al di fuori", come "foris" erano le foreste
per la legge e la società umana. Dove altro sarebbero potuti
andare?
In esse vivevano i reietti, i folli, gli amanti , i briganti, gli eremiti,
i santi, i lebbrosi, i fuggitivi, gli spostati, i perseguitati, i selvaggi
in mezzo ad un universo popolato di "mirabilia", di mostri
e di bestie, un universo minerale e vegetale, che opponeva strenua resistenza
alla grande bandiera del cristianesimo medioevale: l'umanesimo, basato
sull'idea dell'uomo fatto ad immagine di Dio.
E guerra fu, fra la chiesa e le foreste, questo rovescio del mondo ordinato,
questa frontiera della natura non umana, dove la vita ferveva di notte,
dove streghe e masche, alchimisti, uomini selvaggi e tutti i tenaci
superstiti di quello che allora venne chiamato paganesimo, tramavano
i loro misfatti

Un
signore francese che si chiama Michelet e che di streghe se ne intendeva,
scrisse:
"Tranne il medico arabo o ebreo, pagato a caro prezzo dai re,
la medicina si esercitava soltanto alla porta delle chiese, alla pila
dell'acqua santa. La domenica dopo la messa, v'erano molti malati; chiedevano
soccorsi e si davano loro parole: " Voi avete peccato e Dio vi
castiga. Rassegnatevi e siate grati, è uno sconto sulle pene
dell'altra vita."
E allora c'è chi dice che fu la donna a rivolgersi alle bestie
o agli alberi della foresta. Ed essi le parlarono, sappiamo di che.
Ridestarono in lei la memoria delle cose che le diceva sua madre, sua
nonna; cose vetuste, che, per secoli passarono di donna in donna. E'
l'innocente ricordo dei vecchi spiriti del paese, commovente religione
di famiglia, che riappare e si aggira nella selva solitaria."
E gli spiriti delle piante sussurrano e suggeriscono perché mille
poteri hanno le erbe. E quando , molto più tardi il grande medico
Paracelso bruciò i libri eruditi dell'antica medicina, disse
di non aver appreso nulla se non ciò che aveva imparato dalle
buone donne e quando scrisse il primo libro sul parto e sulle malattie
femminili, è evidente che ciò che dice viene dall'esperienza
di quelle alle quali le altre andavano a chiedere aiuto: le buone donne,
appunto, o belle donne, insomma le streghe che dappertutto furono levatrici.
Solamente le streghe osservavano, osservavano e sperimentavano, e furono,
soprattutto per la donna, il solo e unico rimedio.
Quelle donne inventarono nomi nuovi per le piante e le erbe, nomi che
ricordiamo ancora, nomi che conservano nel loro suono il vago ricordo
di leggende smarrite, di antichi filtri e metodi cura, di strane connessioni
fra certi uomini, certi animali, certe piante.
Erba sacra
Erba tarponèra
Erba carogna
Erba del magò
Erba strega
Erba dorà
Erba cotela
Erba a cros
Erba d'j cantor
Erba d'j strasson
Erba pertusà
Erba giasà
Bosch da violin
Bosch de fer
Bosch d'j gaj
Boca 'd lion
Boca 'd sumia
Boca 'd aso
Barba 'd boch
Erba santa
Erba canela
Erba dle ciatele
Erba dle pules
Erba d'j giaiet
Erba serpentaria
Erba colombina
Erba agnela
Erba camola
Erba d'j canarin
Erba del luv
Erba pertusà
Erba giassà
Pan del cocò
Pan porsin
Pan del luv
Pan dla serp
Orie d'ors
Orie d'asò
Orie 'd rat
Merda 'd rane
Merda d'j gat

--------- (adesso
anch'io conosco i nomi)
Adesso anch'io conosco i nomi, non tutti, che tutti non li sa nessuno,
ma alcuni si.
Sapere i nomi vuol dire vedere.
Prima guardavo un bosco , il gerbido e il prato e vedevo un'unica
massa verde.
Adesso vedo l'olmo la gaggia e il sambuco, il pioppo cipressino, il
pioppo bianco e il salice, la berretta del prete, la sanguinerola
e il prugnolo, mi godo i fiori della veccia, dell'aquilegia, della
salcerella, della cicoria e della viola tricolor, so dove cercare
il profumo del caprifogli e quello delle viole mammole, so dove fiorirà
il dente di cane e il croco autunnale e la pervinca.
Vedo di più e il mondo è più grande.
E se sai i nomi sei a un passo da sapere anche di più: se quella
pianta ama il sole o l'ombra, l'argilla o la sabbia, se vuole tanta
o poca acqua e allora puoi cominciare a piantare e aiutare a crescere.
(azione: presentazione delle piante)
Adesso ho un sacco di discorsi aperti ... con questo qui, per esempio:
il bosso, che vivrà almeno tre o quattro delle mie vite, e
con tutti i suoi fratelli sarà una nuova siepe; sono tutti
figli della vecchia siepe che si semina da sola e noi raccogliamo
i piantini; e ho una storia con questi ... sì, sono tutti iris
ma questo farà il fiore blu, questo enorme ed azzurro, questo
giallo e questo con tutti i colori della ruggine, ne ho divisi e piantati
almeno quattrocento e non ho ancora finito; e con questo che mi è
simpatico, l'osmanto, cresce più lento ancora del bosso, fra
vent'anni sarà grande così ma molto prezioso; e ho una
storia particolare con questo qui che è il figlio del figlio
della mia prima pianta, è un pelargonio odoroso, ti viene da
toccarlo perché pare velluto, e poi ti lascia sulle mani il
profumo di menta più forte che io abbia mai sentito; ma di
erbe aromatiche ne ho tante come questi che sono tutti timi ma questo
profuma di limone, e queste mente, questa è la piperita e questa
la menta bergamotto, e questa che è una salvia ma sa da ananas,
e poi c'è la melissa, la santoreggia .... E ho anche delle
storie nuove ... con questa bruttina che è l'Aloe, viene da
lontanissimo e dentro ha una gelatina che cicatrizza le ferite, e
questo l'ho provato quando potando mi sono affettata un dito, e questo
è un agrifoglio, lo faccio crescere un po' in vaso e poi lo
pianto in giardino vicino al mio così lo impollina e fa tutte
le bacche rosse ... e questa ..... e questa ... e che non posso mostrare
le mie rose, che adesso sono più di cento, e hanno ormai un
po' di anni e sono grandi e grosse e hanno nomi come Schiuma del mare,
Iceberg, Alba nuova, Tappeto di neve,Castore, Polluce, Cornelia, Hansa
Tisbe, Cigno, Nevada, Penelope...
Molti furono
gli antichi riti pagani che si mantennero durante il medioevo, e giunsero
poi fino a noi.
Uno dei più diffusi fu quello dell'albero di maggio, legato
alle antiche credenze sui poteri benefici degli spiriti arborei.
Si usava tagliare un albero della foresta, portarlo al villaggio e
piantarlo fra la gioia generale nella piazza o in un'aia, o presentarlo
in corteo di porta in porta perché aveva il potere di diffondere
intorno la sua magia ed ogni casa così riceveva la sua parte
di fortuna... ma questo riporta anche ad un altro rito, che si perde
nella notte dei tempi.
I nostri progenitori percepivano le potenze della vegetazione come
maschio e femmina e tentavano per " imitazione e simpatia"
di stimolare lo sviluppo di alberi e piante rappresentando il "matrimonio"
degli dei silvani, e questo non era un dramma simbolico o allegorico,
ma un vero incantesimo. E l'incantesimo era tanto più potente,
quanto più vera era l'unione fra gli uomini e le donne vestiti
di foglie ed adorni di fiori e l'orgia che accompagnava queste cerimonie
non era un eccesso accidentale, ma una parte essenziale del rito,
perché per coloro che lo celebravano il "matrimonio"
degli alberi e delle piante non poteva essere fecondo senza la reale,
sacra unione dei sessi umani.
Anche qui, su queste colline, questi riti venivano celebrati. Da sempre.
E ancora nel 1584, nella vicina diocesi di Alba, il clero interviene
molto duramente contro questo riti di fertilità primaverile.
"Si levi l'abuso che in questa diocesi è grande di
drizzar gli albori che si chiamano Maggi alle feste delle Calende
di Maggio, che oltre causa molti disordini, risse, contentioni et
soprattutto scandali, dà segno più presto di una pagana
superstizione che di attione cristiana e in vece loro si drizzino
delle croci in tutti i capi delle strade pubbliche."
... Queste parole ricordano qualcosa .... Già Mosè nelle
sacre scritture disse:
" Demolirete i loro altari, spezzerete le loro stele, taglierete
i loro pali sacri, brucerete nel fuoco i loro dei. Non pianterai alcun
palo sacro di qualunque specie di legno accanto all'altare del signore
tuo Dio"
..... Le croci furono drizzate ma i riti degli alberi continuarono;
e continuarono fino a non molto tempo fa cioè al periodo fra
le due guerre. Tanto è vero che c'è ancora qualcuno
vivo che racconta che con l'arrivo di maggio iniziava un rito itinerante
che competeva alle donne.
Una signora che si chiama Romilda si ricorda che gruppi di "signorine"
(cioè di vergini) passavano di casa in casa e cantavano una
canzone che annunciava il ritorno della primavera. Una ragazza era
vestita da regina ed era seguita da alcune damigelle che portavano
un pino ornato di nastri ... proprio come Artemide e il suo seguito
di ninfe.
Un signore che si chiama Augusto racconta che nel gruppo vi era una
ragazza vestita di bianco e che nell'aia di ogni cascina visitata,
piantavano simbolicamente l'alberello "ornato di gingilli"
che portavano con loro.
Un altro dice che nel gruppo c'era sempre uno spirito demoniaco, che
negli ultimi tempi si vestiva addirittura da arlecchino.
Altri ancora ricordano vere coppie di giovani sposi che, coronati
di foglie passavano di casa in casa con un ramo fiorito a cantare
maggio.
" Ben ve(g)na magg,
ben staga magg;
turneruma al meis ad magg.
Suma la primavera:
i fiur sun già fiorì;
Tuti j'usei a cantu
E 'l fa piasì sentì.
Ben ve(g)na magg ...
Veule nen cherde
Che magg sia rivà?
Fève a la finestra
E lù vedrej dubbà.
Ben ve(g)na ....
Guardè la nostra spusa
Cuma l'è ben dubbà
Smìa la fiur del persi
Quand ca l'è spuntà.
Ben ve(g)na ....
E altre magie si facevano riguardo al grano. Da queste parti, fino
a meno di cento anni fa, quando si mieteva il grano si derideva quello
che finiva per ultimo e gli si diceva " ti abbiamo mandato la
quaglia ( o la lepre o il lupo) ... hai preso la quaglia ...."
Ed è facile pensare che effettivamente uno di quegli animali
scappando ai mietitori si rifugiasse nell'ultimo grano ... ma si sa
che molto tempo prima quell'animale era visto come l'incarnazione
dello spirito del gran e l'animale veniva ucciso e lasciato sul campo,
per fecondarlo e risorgere poi con lui ... e ancora prima era l'ultimo
mietitore ad incarnare lo spirito del grano, ed era lui a venire sacrificato,
e le sue membra venivano sparse sui camp, come era successo a Dioniso,
nella notte dei tempi.
Tutto si cercava di incantare del grano. Qui in Monferrato c'era una
formula magica anche per far uscire le reste delle spighe che entravano
nelle mani o nei piedi dei mietitori, ed ha un suono antico, molto
antico ...
" Ra vacca ra fa i boi
Quandi ch aià fai i n' sun pi i soi
Ma ir bvèe u j dumin-nha
U j men nha a ra cassin-nha
A ra cassin-nha dir patrun
A vutèe i uatarun.
L'arà fa u surch
U surch u fa ra pros
Ra pros ra fa ir gran
Ir gran u fa ra reis
Ra reis ra fa ra foja
Ra foja ra fa ir gran
Ir gran u fa ra spija
Ra spija ra fa ra resca
Ra resca r'entra a
Andà chi t'ei antrà.
.nt ir man
A fèe dir mà a i cristian
Pir ra virti d'San Dunà
Turna a surtì
Andà che sei antrà

Per secoli
gli spiriti vegetali si nascosero nella foresta e fra le messi dei
campi e fra i pampini d'uva. Ma intanto la specie dell'uomo cresceva
e si faceva sempre più largo dentro la selva.1400, 1500, 1600.
E' l'epoca del grande disboscamento. Gli animali selvatici che non
possono venire addomesticati o utilizzati diventano pericolosi e vengono
sterminati. L'umanesimo ha vinto, le foreste si ritirano, molte specie
animali cominciano letteralmente a sparire e trionfa una sola specie:
l'uomo, e l'uomo si prepara a diventare il solo padrone della terra.
Mai, prima di allora, si era sentito separato in modo così
netto dagli animali e dai vegetali, mai aveva sentito con tanta forza
l'intera terra come suo esclusivo patrimonio "naturale".
E passano i secoli e la specie dell'uomo cresce, e cresce ancora ,
e cresce il suo pensiero. Si lacerano le tradizioni, si eclissano
gli dei e sorge luminosa e sorge illuminante la nuova grande idea
, la nuova grande dea: la ragione. E non si eressero statue, ma un
più grande monumento, si scrisse un grande libro che si chiama
Enciclopedia. Fu scritto nel '700 e alla voce " foresta "
possiamo leggere così :
" Sembra che l'importanza di preservare le foreste sia stata
avvertita in ogni epoca: esse sono sempre state considerate proprietà
dello stato e amministrate nel suo nome: la stessa religione aveva
consacrato le foreste, indubbiamente per proteggere, attraverso la
venerazione, ciò che deve essere conservato per l'interesse
pubblico. I nostri roveri non offrono più oracoli, e noi non
domandiamo più i loro sacri auspici; dobbiamo sostituire questo
culto con il senso di responsabilità; e qualunque vantaggio
si possa aver tratto in precedenza dal rispetto delle foreste, ci
si deve attendere un successo ancora maggiore dalla loro sorveglianza
e buona amministrazione."
E fu allora, quando gli uomini cominciarono ad occuparsi del loro
patrimonio anche con conoscenza e lungimiranza, forse fu proprio allora
che gli spiriti della natura e degli alberi sembrarono scomparire
e gli uomini non videro più in un a foresta che un dato volume
di legname utilizzabile, e in un campo un dato peso di grano.
Ma come sempre nelle cose umane , quando trionfa un'idea e un movimento
diventa dominante, sotto sotto il movimento contrario continua e l'opposta
idea trova nuove forme per manifestarsi. E così mentre il progresso
accelerava costantemente, quell'uomo, quella donna, quel poeta si
rivolsero alla natura e cercarono di evocare di nuovo gli antichi
spiriti in fuga, invocandoli nelle loro opere, cercando per loro nuovi
nomi.
Un poeta che si chiama Wordsworth ha scritto
"Udivo una miriade di suoni confusi
mentre me ne stavo sdraiato in un boschetto,
in quel dolce stato in cui gradevoli pensieri
generano nella mente tristi pensieri.
Alle sue mirabili opere la natura avvinceva
L'anima umana che mi permeava tutto,
e molto s'affliggeva il mio cuore a pensare
quel che l'uomo ha fatto dell'uomo.
..........
Gli uccelli a me d'intorno saltellavano per gioco,
e pur non sapendo leggere nei loro pensieri,
il loro minimo sussulto
mi sembrava un guizzo di piacere.
I rami in boccio aprivano i loro ventagli,
per irretire i soffi della brezza,
e per quanto dubiti sono sicuro
che là regnava il piacere.
Se questi pensieri non so allontanare,
se tale è il senso della mia convinzione,
non ho forse ragione di dolermi
di ciò che l'uomo ha fatto dell'uomo?"
Ed arriviamo al nostro secolo, il primo del millennio. .... E l'uomo
non può più trovare nel mondo intero qualcosa che non
abbia modificato e che non conservi le sue tracce. Qualcosa che possa
esistere al di fuori dell'idea che l'uomo si è fatto di essa.
La natura non c'è più come cosa come spazio separato
dall'uomo, ed ora veramente il mondo è fatto a sua immagine
e somiglianza.
E l'uomo si ritrova potente e solo sotto la volta del cielo sfondata.

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( L'aereo )
Avete mai guardato l'Europa dall'alto, volando su un aereo?
Io l'ho fatto da poco, Genova-Londra ... ed è proprio evidente
quel che si dice: l'uomo non vive nel paesaggio: lo crea. Non sembra
che ci sia neppure un metro quadro che non sia stato da noi usato,
modificato, trasformato.
Le case, le costruzioni sono grandi ammassi che esplodono e si polverizzano
dappertutto. Le strade sono una rete infinita. Ci sono dei pezzi
di bosco, isolati, ma a loro volta sono tutti solcati da strade,
tagli anti incendio, tralicci per i cavi ... e dappertutto, sotto
a tutto, il grande tappeto geometrico delle coltivazioni. Dappertutto,
dappertutto ... fin sulle pendici delle Alpi; e solo la cima delle
Alpi sta su tutto vuota , bianca, senza tracce, assediata.
E' bellissimo, io lo trovo bellissimo... e certo, fa anche paura.
Ma io ho sentito orgoglio per la nostra specie, la specie che in
un certo senso crea il mondo.
E ho sentito anche qualcos'altro, qualcosa ce non so tanto spiegare
.... Mi sa che è stato sempre così, fin dagli albori
della nostra civiltà ... è sempre stato così
... forse mai niente è stato creato senza che qualcos'altro
sia stato distrutto.
E l'uomo si ritrova potente e solo sotto la volta del cielo sfondata.
E alcuni sentono nostalgia, una nostalgia che viene da chissà
dove, per qualcosa che non sia "noi".
E il nostro desiderio ci spinge a guardare diversamente gli esseri
non umani che ancora ci circondano, gli animali, le piante, cercando
di considerarli appunto "esseri", che sentono e reagiscono,
agiscono e comunicano, e che forse conservano in sé, tanto
quanto noi, il segreto del grande mistero, quello appunto dell'esistenza.
E' molto tempo ormai che gli uomini pensano alle piante come esseri
inanimati e muti, con cui nessun dialogo è possibile, tanto
tempo che sembra loro di averlo sempre pensato; ma una sensibilità
diversa serpeggia nella nostra coscienza.
Già Linneo, l'antenato della botanica moderna proclamò
(nel '700 ) che le piante si differenziano dagli animali solo per
la mancanza di movimento. Poi Charles Darwin, il grande botanico
dell'800 andò oltre e dimostrò come ogni viticcio
abbia una propria capacità di movimento indipendente, e come
la crescita stessa sia un insieme di movimenti.E la scienza e la
tecnica, progredendo, gli hanno dato ragione.
Pochi anni fa un signore inglese che si chiama David Attemborough
e che per tutta la vita ha filmato meravigliosi documentari sulla
natura, ha detto
"Le piante possono vedere, contare, e comunicare tra loro,
così come sono in grado di reagire al più lieve contatto
e stimare il tempo con straordinaria precisione".
Un germoglio di grano, mantenuto al buio, si insinuerà attraverso
una minuta fessura dove passi uno spiraglio di luce. Ciò
indica in modo evidente che le piante possono vedere.
Il viticcio di una vite da barbera quando trova un appoggio, entro
venti secondi comincia ad avilupparlo e in sessantasette minuti
vi si è attorcigliato così saldamente da renderne
difficile la rimozione. Il viticcio poi si avvolge a spirale come
un cavatappi, e così facendo solleva il tralcio verso di
sé.
La ragione per cui la maggior parte di noi è inconsapevole
di tali potenzialità e sensibilità delle piante, risiede
nel fatto che esse vivono in una differente scala di tempi rispetto
a noi. Oggi, filmando al rallentatore, possiamo vedere i movimenti
delle piante
Una delle piante più mobili in un bosco è il rovo.
Un individuo, una volta insediatosi, immediatamente inizia una strategia
di colonizzazione del territorio circostante. Esso emette a tale
scopo, steli esploratori dal cespo centrale delle radici, i quali
si curvano in alto e all'esterno. I loro apici ondeggiano lentamente
da una parte all'altra come se cercassero qualcosa. Nel momento
in cui toccano lo stelo di un'altra pianta o di qualche oggetto,
il loro movimento cambia. Essi iniziano ad avanzare immediatamente
e con uno scopo preciso. Il loro movimento non è visibile
ai nostri occhi, pur essendo, trattandosi di piante, straordinariamente
rapido: circa 5 cm. Al giorno. Gli steli sono coperti da spine acuminate
rivolte all'indietro, che. si sviluppano sulle altre piante, agganciandole
e ricoprendole, sino a sopraffarle. Di quando in quando, nel punto
dove gli steli toccano il terreno, avviene l'emissione di piccole
radici che succhiano rapidamente gli elementi nutritivi presenti
nel terreno appena conquistato.. Il rovo ha stabilito così
il proprio dominio

-------- ( il
senso del tempo)
Di una cosa sono certa: è cambiato il mio senso del tempo.
Non avrei mai pensato di poter aspettare volentieri tre o quatto anni
per vedere il primo fiore di una peonia, né conoscevo quella
particolare specie di gioia per la prima albicocca dell'albero piantato
cinque anni fa. E questi tempi non mi sembrano lunghi, mi sembrano
giusti.
E c'è di più: adesso io vedo le piante crescere. Davvero.
Mi succede spesso che qualcuno mi dica: "ma quella pianta non
cresce, è tre anni che è lì, uguale.", ed
io trasecolo: evidentemente non vede che il tronco è grosso
il doppio che tre anni fa, e ci sono tre o quattro rami principali
in più, e, insomma, sarà più alta di almeno dieci
centimetri, e con molte più foglie. Se vado via per qualche
giorno e poi torno, il mio giro per il giardino è molto lungo
perché ad ogni passo mi devo fermare per stupirmi dei mille
cambiamenti che ci sono stati, e questo succede anche in inverno.
Adesso pianto anche alberi che cominceranno ad essere belli fra trenta
o quarant'anni, e mi piace quel sorriso solo un po' malinconico che
ci scambiamo con quelli che abitano con me: " Ci sarà
sempre qualcuno che lo vedrà, e pensa come gli piacerà!"
E poi, forse è vero quello che ha detto Russel Page, un grande
giardiniere inglese: i giardinieri vivono a lungo, perché devono
aspettare che le piante crescano.
E non è solo la scoperta del movimento vegetale che ci avvicina
a percepire quella che alcuni chiamano la vita segreta delle piante.
E' successa una cosa strana in America negli anni '60. Un certo Clee
Backster che era il più noto esperto americano della macchina
della verità, un giorno, per caso, collega gli elettrodi ad
una pianta di casa sua, una dracena, e si rende conto che la pianta
"reagisce" all'essere innaffiata con un disegno sul grafico
molto simile a quello di un uomo che riceve un blando e positivo stimolo
emotivo. Poi Bakster accende un fiammifero e la pianta fà impennare
il grafico verso l'alto e quasi saltare il galvanometro, proprio come
un uomo minacciato fisicamente.
Da qui cominciarono vent'anni di studi, di Backster e di altri scienziati,
al termine dei quali alcuni sostennero che le piante possiedono una
sensibilità e una capacità reattiva a noi completamente
sconosciute; fino al punto di reagire "emotivamente" sia
alle cure che ai danni, fino al punto di "riconoscere" la
persona che si occupa di loro, anche a una certa distanza.
Non tutti sono stati d'accordo con queste conclusioni ma è
ormai assodato che le piante distinguono suoni per noi inafferrabili
e colori invisibili e che rilevano i raggi x e l'alta tensione. Ma
c'è dell'altro: le piante reagiscono alla morte di cellule
viventi nell'ambiente circostante, e reagiscono in modo notevolissimo
alla morte delle cellule umane.
La scienza e il procedere del nostro pensiero ci portano a scoprire
che gli esseri vegetali reagiscono ed agiscono sul mondo in modo molto
più profondo e complesso di quello che possiamo avvertire.
E che siamo più simili di quel che possiamo credere.
C'è già chi sostiene che siamo ad un passo dal poter
comunicare con le specie non umane. Comunque sia , è così
consolante anche il poter pensare che loro, singolarmente, individualmente,
ci percepiscono.

Sette volte bosco, sette volte prato, tutto tornerà come era
stato.
-------- ( il grande pioppo)
C'e una passeggiata che facciamo spesso dietro casa mia, sta sul
crinale della collina e guarda due valli, si vedono i campi e le vigne,
e certe vigne che stanno diventando gerbido e certi gerbidi che stanno
ritornando vign. Si va, si va e poi si arriva ad un grande pioppo
isolato, molto alto e ampio, e si torna indietro.
Alcuni mesi fa, il pioppo non c'era più. Tagliato a un metro
d'altezza. Segato, portato via. Perché? Ho guardato il tronco
mozzato: per quello che ne capisco io, sanissimo. Perché? Mi
sono data della scema, perché non si può star male per
un pioppo fra i mille che ci sono da queste parti; ma quello era così
grande e alto, l'unica linea verticale fra il cielo e quella collina
tutta coltivata bassa a vite e segale, e si vedeva da lontano, e aveva
una così forte presenza ... e , insomma , era il punto d'arrivo
della nostra passeggiata! Perché ? Forse perché non
potesse raggiungere con la sua ombra la vigna che poi hanno piantato
abbastanza distante da lì? Forse per farne legna? O legname?
Quanto avrà potuto rendere? E mi è venuto uno strano
pensiero: se avessi saputo che volevano tagliarlo forse avremmo potuto,
che so, comprarlo e lasciarlo là dov'era. E una volta di più
mi sono resa conto di quanto è diverso il mio modo di guardare
questa campagna e queste colline da chi ci è sempre vissuto:
io non le lavoro, non le fatico, non ne traggo nè reddito né
sostentamento ... io le guardo ... oppure ci pianto un giardino, e
a cosa "serve" un giardino? a niente ... a guardarlo ...
forse a sorridere guardandolo.
D'accordo: è un rapporto più superficiale ... Ma in
fondo perché? E quanti come noi stanno venendo a vivere fuori
delle città, da quando è si è capito che molti
lavori che non c'entrano niente con l'agricoltura si possono fare
anche qui ... e ripopoliamo le scuole elementari ... camminiamo, guardiamo,
piantiamo rose, teniamo discorsi con gli alberi. E sorridiamo ...
Eppure lo sappiamo che ciò che abbiamo davanti non è
"la natura" ... Chissà cosa cerchiamo.
Uno scrittore che viene dalle mie parti, dal veneto, Mario Rigoni
Stern, quando ha visto per la prima volta queste colline ha scritto:
".....Boscaglie cespugliose più che bosco; noccioleti
e vigne. E ancora vigne roncate da secoli dalle colline fin giù
a raggiungere e dilagare per la pianura. Da stupire e incantare questo
paesaggio creato dal lavoro degli uomini, ma anche misterioso quasi
in questo non-bosco che va a infoltirsi dentro e giù per i
ritani. Posti di rifugio alle pernici, di lepri svelti, di volpi,
oggi di cinghiali, forse, e domani di caprioli. E spini, intrichi
di rovi, di bacchette d'avellano, tronchi di gaggie invadenti. Che
bosco è questo? Non di folletti e di fate, ma da masche. Eppure
diverrà. Si fortificherà, invaderà i terreni
abbandonati. Avanza dove non si sfalcia, dove non si rompono le zolle.
Bosco forte, tenace, duro più degli uomini che vorrebbero fronteggiarlo.
E quando vorranno fermarlo, tagliarlo, rubargli spazio, si accorgeranno,
sapranno della fatica di chi per mille anni ha piantato vignali su
per i dossi di queste colline.
Perché non è vero che la selva , il bosco sulle nostre
Alpi e dove si sono abbandonati i terreni, la natura non diventi "selvaggia".....
il bosco avanza, avanza anno dopo anno fino ad invadere le piazze
dei villaggi abbandonati. Fin dentro le stalle, nelle cucine. Nessuno
potrà fermare la sua forza se l'uomo abbandona la terra più
faticosa e faticata. Bosco, radura, prato, villaggio; prato, arbusti,
cespugli, bosco . E' il ciclo del Tempo. Forse siamo arrivati alla
terza metamorfosi; ma ora il Tempo è molto, molto più
veloce.
Gli gnomi dentro alla montagna cantano mentre lavorano nella miniera
dell'oro : " sette volte bosco/ sette volte prato/ tutto ritornerà/
com'era stato".

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